Se la tortura è per procura

Accordo Londra-Amman sulle deportazioni. L’Onu: patto illegale

L’appello-avvertimento dell’organo delle Nazioni unite che si occupa di combattere l’uso della tortura non è servito a nulla. Presto la magistratura britannica potrà ordinare la deportazione ad Amman dei cittadini giordani che incitino ad atti di terrorismo o semplicemente li giustifichino, attraverso scritti e discorsi pubblici. L’accordo per rispedire a casa gli indesiderati – una lista in cima alla quale figura l’islamista palestinese Abu Qatada, – è stato siglato ieri ad Amman da funzionari dell’ambasciata del Regno unito e dal ministro dell’interno della monarchia hashemita Awni Yarfas. Il governo guidato da re Abdullah assicura che nessun deportato sarà torturato, né altrimenti maltrattato o condannato alla pena di morte. Ma le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, i politici indipendenti e il principale partito islamista hanno stigmatizzato l’intesa tra le due monarchie. «Condanniamo questa decisione che dimostra che la Giordania sostiene la Gran bretagna. Ma il nostro popolo non sostiene la violazione dei diritti umani», ha dichiarato alla Reuters lo sceicco Hamza Mansour, a capo del Fronte d’azione islamico. Il vice-presidente del parlamento di Amman, Mahmoud al Abbadi, si è spinto oltre, denunciando che le vittime delle nuove politiche del governo Blair saranno gli arabi e i musulmani che hanno chiesto asilo politico a Londra. Da anni organizzazioni come Amnesty international criticano il regime giordano per i maltrattamenti inflitti in carcere sia ai criminali comuni sia ai prigionieri politici, oltre che per la prassi delle lunghe detenzioni pre-processuali, da scontare in isolamento. Il rapporto 2005 di Amnesty parla di «una gran quantità di persone arrestate per presunte attività terroristiche» alcune delle quali portate davanti alla Corte per la sicurezza di stato che «ha continuato a impiegare giurie composte da giudici militari e non è stata in grado di assicurare adeguate garanzie di equità processuale. In almeno sei processi, gli imputati hanno dichiarato che le loro confessioni erano state estorte sotto tortura».

La Giordania nega che si tratti di violazioni sistematiche dei diritti dei prigionieri e che nelle carceri si utilizzi la tortura. Ma solo 24 ore prima che i due governi firmassero l’accordo sulle deportazioni era stato il delegato delle Nazioni unite contro la tortura, Manfred Novak, ad avvertire Blair: «Se delle persone, cittadini britannici o stranieri, sono deportate in un altro paese dove sono soggette al rischio di tortura, allora dobbiamo chiarire che si tratta di una cosa assolutamente proibita dalla legislazione internazionale sui diritti umani», aveva dichiarato a Today, programma di Bbc Radio 4. Secondo Novak le assicurazioni di governi come quello giordano sono inutili, perché «se un paese utilizza la tortura abitualmente e sistematicamente allora certamente negherà di praticarla». Ma le parole del rappresentante dell’Onu sono rimaste inascoltate, anzi, secondo la stampa britannica, Londra è pronta per siglare accordi simili anche con il governo algerino e quello libanese, mentre spera di stipulare al più presto patti altrettanto pericolosi con Tunisia, Siria, Emirati arabi uniti, Marocco, Libia, Egitto, Yemen e Arabia saudita. Dopo le stragi del 7 luglio Blair si sente autorizzato a rispedire nei propri paesi d’origine i cosiddetti «predicatori d’odio», costi quel che costi e poco importa che tra un Omar Bakri e un altro imam estremista possano finire centinaia di musulmani.