Se la finanziaria toccasse all’Unione

Conti pubblici Il centrosinistra fa le primarie ma non ha ancora definito il programma. Un intervento in vista del convegno degli economisti

Siniscalco va, Tremonti torna; ma se al loro posto ci fosse un Letta, un Bersani, un Prodi? Se cioè la finanziaria di quest’anno fosse toccata ai ministri economici dell’Unione, come sarebbe andata? Bisogna ammettere che l’interrogativo è di quelli che tolgono il sonno. Tuttavia è necessario che qualcuno se lo ponga, se non altro per tentare di scalare il muro di silenzio che pare essersi levato attorno alla questione del programma del centrosinistra, nonostante ci si trovi ormai a pochi giorni dalle primarie. Partiamo allora da qualche dato. Il primo è che gli 11 miliardi e mezzo di euro che Siniscalco voleva destinare alla correzione del deficit tendenziale si basavano sull’obiettivo di far convergere in due anni il disavanzo verso il limite di Maastricht del 3 per cento. Poiché nel centrodestra tutti sostengono la necessità di correggere il deficit, è chiaro che Tremonti continuerà a perseguire l’obiettivo. Ma sono in molti a ritenere che si tratta di propositi davvero «modesti», e che un eventuale governo di centrosinistra dovrebbe risultare ben più ambizioso sul versante del cosiddetto «risanamento» finanziario. Solo per citare un esempio, basti ricordare che diversi leader dell’Unione hanno plaudito all’appello al rigore di bilancio sottoscritto da autorevoli economisti e pubblicato di recente sul Sole 24 ore. Si è detto, al riguardo, che quell’appello costituisce la migliore esortazione possibile a riesumare il ben noto «piano Ciampi» di abbattimento del debito pubblico. Questo piano si basa sulla volontà di condurre il rapporto tra debito pubblico e Pil entro il limite di Maastricht del 60 per cento in appena un decennio. Tuttavia, per conseguire un simile scopo, bisognerebbe agire sul deficit tendenziale in modo ancor più aggressivo di quanto non si sia fatto fino ad oggi. Pochi semplici calcoli ci permettono di stimare, in tal senso, che un governo dell’Unione intenzionato a far cadere il debito a una tale velocità dovrebbe effettuare una correzione del deficit tendenziale nell’ordine dei 18-19 miliardi, vale a dire di oltre il 50 per cento in più di quanto aveva stabilito Siniscalco! Considerato che dalla eventuale rimodulazione delle tasse sulle rendite finanziarie non si ricaverebbe più di 4 miliardi all’anno, bisogna essere in malafede per negare che una finanziaria del centrosinistra impostata su basi simili finirebbe per imporre altre lacrime e altro sangue ai lavoratori e ai ceti più deboli della nazione.

I limiti di Maastricht

La domanda che dobbiamo allora porci è questa: perché mai dovremmo rassegnarci alla volontà diffusa, tra i moderati dell’Unione, di riesumare i vecchi piani di abbattimento del debito? La questione è pertinente, dal momento che non sussiste la benché minima spiegazione scientifica per i limiti del 3 per cento e del 60 per cento al deficit e al debito sanciti a Maastricht. Quei limiti nascono infatti dalla consapevolezza che, con l’introduzione dell’euro e il consolidamento del mercato unico per i titoli pubblici, l’argine della speculazione valutaria sarebbe caduto e i singoli paesi europei avrebbero potuto espandere senza troppe difficoltà i propri rispettivi debiti. Questa maggiore possibilità di espansione dei debiti pubblici avrebbe quindi potuto generare due conseguenze: in primo luogo, quella di veder crescere la presenza degli stati all’interno del circuito finanziario e di veder quindi ridotti in esso i margini di azione del grande capitale privato; e in secondo luogo, quella di costringere la Banca centrale europea a venire prima o poi incontro alle istanze crescenti dei singoli stati, attraverso una monetizzazione dei loro debiti. È dunque a causa del paventarsi di questi due rischi che la tecnocrazia europea propose di introdurre i vincoli del 3 per cento e del 60 per cento. I vincoli di Maastricht rappresentano insomma un muro di protezione a tutela del capitale privato contro le ingerenze del pubblico, una barriera a tutela del circuito monetario contro le istanze di rivendicazione provenienti dalla società europea attraverso l’azione dei parlamenti nazionali. La radice di quei vincoli, dunque, non è affatto tecnico-scientifica ma politica, e risiede nella ferrea volontà di costruire l’Unione monetaria a esclusiva tutela degli interessi del grande capitale europeo.

Una volta svelato l’arcano, diventa allora naturale attendersi dalla sinistra dell’Unione una ferma presa di posizione contro gli immensi sacrifici che inevitabilmente deriverebbero dall’approvazione di un piano di abbattimento del debito. Facendo chiarezza sugli orientamenti macroeconomici e di bilancio nazionali la sinistra avrebbe anche l’opportunità di trasformare l’insofferenza sociale verso il palinsesto europeo – emersa dai referendum francese e olandese – in concrete indicazioni politiche. Contrastare i piani di abbattimento del debito significherebbe infatti implicitamente mettere sotto accusa un assetto macroeconomico che nega qualsiasi possibilità di collegamento tra la domanda di diritti sociali espressa a più riprese dalle popolazioni europee e l’offerta di risorse monetarie e finanziarie fino ad oggi negate dalle istituzioni centrali. È indubbio che un collegamento del genere costituirebbe uno stravolgimento degli assetti macroeconomici rispetto a quelli attualmente vigenti. Ma è altrettanto chiaro che senza l’apertura di questo canale di finanziamento sarà molto difficile far uscire l’Europa dalla crisi politica in cui versa, e soprattutto sarà difficile impedire che i ceti più deboli della società europea si lascino sempre più sedurre da tentazioni nazionaliste, xenofobe e plebiscitarie.

Prove di democrazia

Si attende dunque una risposta, su questi temi, da parte dei leader della sinistra dell’Unione. Buona prova di democrazia sarebbe quella di formulare tale risposta prima e non dopo le primarie. Il convegno del 30 settembre organizzato da il manifesto potrebbe forse rappresentare il luogo adatto per fare un po’ di chiarezza.

*Università del Sannio