Se la Bolkestein diventa realtà. I casi di Francia e Svezia

Un vecchio detto recita: fatta la legge, trovato l’inganno. A volte invece l’inganno è la legge stessa e non c’è neanche bisogno di aspettare che venga approvata per far pagare dazio ai deboli di turno. E’ quanto sta succedendo in varie parti d’Europa con la direttiva Bolkestein e il suo principio del Paese d’origine che permette agli imprenditori di aggiudicarsi appalti lontani dai propri confini, continuando però ad osservare le leggi e i diritti del Paese di provenienza.
Liberazione ha già scritto (marzo 2005) delle irregolarità in un cantiere delle olimpiadi invernali di Torino del 2006, dove una ditta rumena in sub appalto ha tenuto per due mesi i suoi operai a lavorare con uno stipendio di 260 euro per poi levare le tende prima che gli ispettori arrivassero a chiedere chiarimenti. Non è l’unico caso. In Francia a maggio scorso Le Monde riportava la storia di una ditta di 150 operai, dove 100 avevano un contratto portoghese e 50 francese, sebbene lavorassero tutti in territorio francese. Si trattava della Constructel, società di istallazione di pali e cavi telefonici che, ottenuto un appalto da France Telecom nel 2003 ha aperto cantieri nel sud est e nel centro della Francia, per poi ammettere, due anni dopo, che i suoi contratti erano una sorta di ibrido, con i lavoratori “portoghesi” costretti a lavorare fino a 60 ore alla settimana. Vero che guadagnavano fino a 1.500 euro al mese di stipendio, ma vuoi mettere… La vicenda ha sollevato un vero vespaio in Francia con France Telecom che assicurava: «Se capitasse che una società non rispettasse le normative di lavoro francesi gli si toglierebbe l’appalto» e Constructel che si difendeva: «E’ tutto legale perché c’è la possibilità di avere un distacco di mezzi operativi da un Paese all’altro per un periodo di due anni. Quando termineranno trasferiremo i dipendenti sotto contratto francese», come dire: adottiamo sì la Bolkestein, ma a tempo determinato. I due anni non sono ancora scaduti, ma questo non ha impedito ai sindacati di denunciare l’illegalità di quella impostazione: «Siccome non si possono delocalizzare i cantieri, si prendono dei portoghesi per farli lavorare in condizioni di due secoli fa» ha dichiarato a suo tempo a Le Monde Ives Muller, vicepresidente del sindacato Acnet.

Qualche migliaio di chilometri verso Est ed eccoci in Svezia, teatro del primo sciopero contro la Bolkestein. E’ successo nel novembre del 2004 a Vaxholm, un paesino vicino alla capitale Stoccolma. Là la minaccia arrivava dalla Lettonia e precisamente dalla Laval un Partneri Ltd, un’azienda edile che aveva vinto l’appalto per la costruzione di una scuola nel paese svedese. Il problema è sorto quando i dirigenti lettoni hanno rifiutato di firmare un accordo collettivo con i sindacati svedesi dal momento che avevano già sottoscritto un accordo in Lettonia. La differenza stava nelle paghe degli operai: 3, 85 euro all’ora piuttosto che i 15 previsti dagli accordi collettivi svedesi. Byggnads, il sindacato svedese degli edili, ha iniziato così una dura vertenza portata avanti a picchetti e presidi alla fabbrica, durata per tutto il periodo natalizio e conclusa con la decisione della Laval di rinunciare alla scuola e tornare in Lettonia, (dove poi è fallita, ma questa è un’altra storia). Da quella vicenda comunque il governo svedese ha tratto una lezione e ha deciso di rendere illegale la fornitura di appalti pubblici alle aziende che non abbiano sottoscritto gli accordi collettivi: «E’ importante che la nostra vicenda circoli perché è stata la prima mobilitazione contro gli effetti pratici della direttiva Bolkestein» riflette Velyteka, operaio svedese fra i protagonisti dei picchetti di dicembre scorso. Senza alcun nazionalismo, il messaggio svedese è quello riportato nel sito del Byggands: «Noi non siamo contro i lavoratori lettoni o di qualsiasi altra nazione. Vogliamo solamente che i lavoratori lettoni abbiano gli stessi diritti dei lavoratori svedesi». Proprio quello che la Bolkestein vuole smantellare. In tutta Europa.