Se il conflitto sociale non è «maggioritario»

Asor Rosa sollecita un approfondimento nella direzione suggerita, che è quella di «spostare il campo d’osservazione dalla politica alla cultura», per valutare nelle condizioni della globalizzazione quali convinzioni ideali, e quali interessi, distinguano una cultura politica di sinistra diversa da quella che concerne le vicende dell’ala moderata del centro-sinistra. Se «l’opzione al sistema maggioritario» di Asor Rosa per il superamento delle chiusure dei «piccoli scheletri» dei frammenti dell’attuale fronte del 15 per cento è giustificabile, nell’ottica di evitare il «metodo della contrattazione permanente e multilaterale di ognuna delle forze nei confronti di tutte le altre», a mio avviso però con tale assunto si dà per scontato un mutamento della cultura politica «sostanziale» di cui quella «istituzionale» è complementare supposto, in una sinistra la cui radicalità è imperniata sul pluralismo «sociale», e quindi sulle alternative concernenti i conflitti sociali quali emergono nei singoli stati/nazione nella trasversalità universalistica della «globalizzazione».Va cioè precisato che l’alternativa tra «maggioritario» e «proporzionale», prima che riferibile al primato dell’unità sulla frammentazione, attiene all’incompatibilità tra esigenze «decisionali» coerenti con gli interessi sociali dominanti, ed esigenze di «qualificazione» delle decisioni secondo le prospettive inerenti al perseguimento di un «modello sociale» cui tende quel «bacino di soggettività non pacificata», con un «bisogno di politica conflittuale non rassegnata», chi ha fatto riferimento Rossana Rossanda nel n. 52 della Rivista del Manifesto.

Le degenerazioni giustamente demonizzate anche da Asor Rosa, sono derivate nel nostro sistema caratterizzato negli anni 1946-1993 dalla proporzionale, dal graduale abbandono dopo lo crisi del «centro-sinistra» e l’avvento del «pentapartito» di quella strategia di alternativa sociale e politica che ha aperto alla destra uno spazio prima preclusole dall’assenza di un «maggioritario», che è l’asse di riferimento della coniugazione tra conservazione sociale e governabilità assunto come modello in Gran Bretagna (con il premierato) e negli Usa (con il presidenzialismo). Modello cui si adeguano, con le varianti imposte dalla «eterogeneità» i sistemi socio-politici nell’Europa continentale del XIX secolo ad oggi e che stanno trascinando allo snaturamento della nostra Costituzione dopo le incaute aperture di Quercia e Margherita, tramite le adesioni dei giuristi «democratici» ad ogni variante di «governabilità»: cancellierato, semi-presidenzialismo, premierato assoluto e sinanco presidenzialismo nordamericano (come risulta dagli emendamenti Bassanini-Manzella respinti dalla maggioranza «berlusconiana»).

Non dobbiamo trarre profitto dal fatto che, sin qui, l’attacco alla Prima Parte e ai Principi Fondamentali della Costituzione del 1948, non è frontale, riaprendo il dialogo sulla tenuta dei rapporti sociali mediante accordi che potenzino il pluralismo sociale, anziché frazioni di oligarchi?