Se il capitalismo non si guarda allo specchio

Un secolo fa, Henry Ford realizzò che la sua azienda avrebbe prosperato solo se i suoi operai avessero guadagnato abbastanza da potersi comprare una auto Ford. Wal-Mart invece non ha mai preso in considerazione che la sua crudele politica dei bassi salari avrebbe eventualmente ridotto la sua crescita. La triste verità è che le persone che vivono con i salari stile Wal-Mart tendono a favorire la moda disponibile ai negozi della Salvation Army (spacci per poverissimi dove vige più il baratto, ndr). E in ogni caso sarà difficile per quei clienti frequentare i reparti di elettronica, profumeria e giardinaggio di Wal-Mart.
E la cosa può peggiorare. Mentre con una mano i finanzieri di alto bordo, H. Lee Scott tra questi, spremono i salari dei lavoratori, con l’altra mano tentano i salariati con offerte di credito. Di fatto, il credito facile è diventato il sostituto americano di salari decenti. Una volta lavoravi per i tuoi soldi, oggi sei costretto a farlo per pagarteli. Una volta potevi pensare a dei risparmi per acquistare una casa. Oggi non potrai mai guadagnare così tanto, ma, come dicono sornionamente i prestatori di denaro, ci siamo noi che possiamo offrirteli!
Prestiti giornalieri, acquisti a credito e gli esorbitanti interessi delle carte di credito sono stati solo l’inizio. Nel servizio di copertina del 21 maggio del settimanale “BusinessWeek” dal titolo “Il Business della povertà”, veniva documentato in modo chiaro quale fosse il fine di prestare soldi a persone che meno di tutte sarebbero state in grado di pagare gli interessi generati: «Comprati la tua casa dei sogni, cambia macchina anche se non hai i soldi» si leggeva nei cartelli pubblicitari. Ma nessuno si è preoccupato di capire dove i poveri avrebbero preso i soldi per pagare tutto il denaro che gli veniva offerto.
Personalmente preferisco che la mia rivoluzione sia più partecipata e attiva. Ci devono essere cortei e proteste, sit-in e manifestazioni, possibilmente un colore che predomini come il rosso o al massimo l’arancione. Certamente, deve esserci una visione su come si vogliono cambiare le cose, sostitunedo il vecchio e cattivo sistema con, ad esempio, una democrazia sociale in stile europeo o un socialismo di stile latino americano. Ma basterebbe anche un capitalismo all’americana con qualche regola da rispettare.
Il capitalismo globale sopravviverà all’attuale crisi. I governi sono già corsi in aiuto ai mercati febbricitanti. Ma a lungo termine un sistema che dipende solo sullo spremere fino all’ultimo centesimo i più poveri non gode di una buona prognosi. Chi avrebbe mai pensato che un fallimento a Stockton e a Cleveland avrebbe potuto mettere in crisi i mercati di Shanghai o Londra? I poveri hanno parlato, solo che il loro grido assomiglia di più ad un pianto di dolore che ad un urlo di protesta.

*Barbara Ehrenreich è una
sociologa americana, docente all’Università di Berkeley
e giornalista. Scrive su “Time”,
“Harper’s Magazine”,
“The Nation” e “The New York
Time Magazine”