Se contasse quel lavoro fuori dai conti

La questione dell’età pensionabile di uomini e donne è stata presentata dai principali media come uno scontro tra chi sostiene la parità di trattamento tra i sessi, e chi vuole forme di compensazione, a posteriori, degli svantaggi (sic!) che gravano sulla popolazione femminile occupata.

Peccato che la questione sollevata dalla sentenza della corte europea non stia in questi termini. La corte sostiene infatti, limitatamente ai dipendenti pubblici in regime Inpdap, che la pensione a 60 anni non sia una forma legittima né adeguata di compensazione per gli svantaggi che incontrano le dipendenti pubbliche nella vita professionale, lasciando tuttavia liberi gli stati di pensarne altre, più eque e più efficaci. Se questo è il punto, io sono d’accordo con l’orientamento di principio della corte. Dunque chiederei innanzitutto ai nostri decisori pubblici quali altre e diverse misure abbiano in mente per compensare gli «svantaggi» femminili: altrimenti l’intero dibattito perde di senso e credibilità, svelandosi per quello che temo sia stato: un ballon d’essai per saggiare la disponibilità dell’opinione pubblica a un ennesimo taglio della spesa sociale, senza niente in cambio.

Quanto alla compensazione: per cosa, e per chi? Il linguaggio politico-istituzionale, paternalistico e fumoso, è inadeguato a chiarire il vero, grande nodo irrisolto delle politiche sociali contemporanee: cioè la natura e il valore dell’immensa mole di lavoro di riproduzione non pagato che pervade e connette la vita di donne e uomini, bambini e vecchi, famiglie e generazioni.

Un lavoro ufficialmente escluso dalla contabilità nazionale, non pensato né conosciuto se non da chi lo fa. O viceversa pensato in termini meramente redistributivi come questione femminile, da risarcire o tamponare in qualche modo attraverso i mille rivoli di un welfare nato sulla figura del lavoratore maschio capofamiglia, e sviluppatosi poi in un’infinità di provvedimenti frammentati, corporativi, oggi sempre più risicati. Un lavoro, quello di riproduzione, tenuto storicamente fuori dalla porta dello stato, che tuttavia tende a rientrare dalla finestra sotto forma di compensazione «per le donne», nelle rare occasioni in cui si fa mostra di prendere sul serio considerazioni universalistiche di uguaglianza tra i sessi.

Il punto è che io non sono, non mi sento, una cittadina in cerca di compensazioni. Vorrei più semplicemente che quel che faccio nell’ambito della riproduzione venisse conosciuto e ricompreso nella visione complessiva dello stato sociale e delle sue ipotesi di riforma. Come osserva Chiara Saraceno citando tra gli altri Martha Nussbaum: «Se non si riconoscono i bisogni di dipendenza come parte integrante dell’esistenza umana e quindi di ogni riflessione su uguaglianza, libertà, universalismo, essi possono venire successivamente recuperati solo in modo subordinato, paternalistico, come qualche cosa di cui i ‘pienamente uguali’ e liberi possono farsi carico per generosità o per valutazioni utilitaristiche, ma sempre come eccezioni». (Chiara Saraceno, Tra uguaglianza e differenza, Il Mulino, 4/2008).

In sintesi, io vorrei che i bisogni di interdipendenza umana – e il lavoro oggi invisibile che li sostiene, da chiunque erogato – fossero messi al centro, e non ai margini, dei pensieri e delle ipotesi di riforma del welfare. Non mi pare che la questione dell’età pensionabile delle dipendenti Inpdap, tanto meno se intesa come compensazione a posteriori, sia un terreno di discussione adeguato a questo obiettivo.

Tratto dall’inserto «Pausa Lavoro» dell’ultimo numero della rivista della Libreria delle donne di Milano «Via Dogana», in distribuzione in questi giorni).