Se Blair tradisce

Poco dopo le bombe del 7 luglio a Londra, un Tony Blair super-sicuro di sé annunciava che «le regole del gioco sarebbero cambiate». Pochi mesi prima, il premier era rimasto assai scottato dalla dichiarazione di uno dei più eminenti giudici britannici, che aveva detto senza mezzi termini che le leggi proposte dal governo per limitare le libertà civili avrebbero inflitto più danni alla società britannica che al terrorismo. La dichiarazione di Blair era parzialmente rivolta a quel giudice. E’ un segno chiaro di quanto il Labour si sia spostato a destra. I giudici britannici sono sempre stati ritenuti la specie più conservatrice del mondo occidentale. Una volta, circa vent’anni fa, ho avuto non pochi problemi per aver detto che sono geneticamente corrotti. Ma da allora molte cose sono cambiate. La Convenzione europea per i diritti umani è stata integrata nella legislazione britannica e sono stati nominati molti nuovi giudici.
A differenza dei politici che li hanno nominati, i nuovi giudici si sono mantenuti coerenti con le proprie idee. Alcuni di loro sono disgustati dal continuo desiderio del governo di appagare i più bassi istinti della società britannica. Dopo l’esecuzione pubblica di un elettricista brasiliano che si stava recando al lavoro, The Sun, il principale tabloid del paese (di proprietà di Rupert Murdoch) sparava in prima pagina un titolo a caratteri cubitali: «Uno giù, tre fuori». Spara-per-uccidere era una prassi accettabile, disse beatamente un portavoce del primo ministro. Dallo spara-per-uccidere si è passati oggi al deporta-a-piacimento. L’altroieri, il ministro degli interni britannico Charles Clarke (uno dei domestici di Blair) ha annunciato che le prime deportazioni – senza il minimo straccio di processo – saranno attuate molto presto. Nessuna prova sarà resa pubblica, nessun diritto d’appello sarà concesso. Il ministro degli interni è giudice e giuria. Il procedimento è così oltraggioso che persino le Nazioni unite, normalmente acquiscenti, sono passate all’azione. Manfred Novak, l’inviato speciale dell’Onu sulla tortura ha principalmente una preoccupazione. Dove saranno mandati i deportati? In effetti, se saranno spediti in paesi che praticano la tortura, si verificherà una violazione delle regole delle Nazioni unite e dell’Unione europea. Ma Charles Clarke non ha tempo per queste quisquilie. E d’altronde, perché dovrebbe averne? Gli occupanti anglo-americani dell’Iraq mandano regolarmente prigionieri in Egitto, Giordania, Pakistan e, fino a poco tempo fa, in Siria per farli torturare. Inoltre, la tortura viene normalmente praticata ad Abu Ghraib e in altre carceri irachene. Così, per il governo britannico le affermazioni delle Nazioni unite sono del tutto fuori luogo.

Quello cui stiamo assistendo oggi è una seria sfida alle regole della legge da parte di un potere arbitrario. Se tu difendi le regole stabilite dagli Stati uniti a Guantanamo (dove un marine accusato di aver urinato sul Corano ha risposto che si era trattato di un incidente perché stava urinando sui prigionieri e alcune gocce sono finite sul Corano), è assolutamente consequenziale che adotti regole simili nel tuo paese. Chiunque esprima un’opinione che può «fomentare, giustificare o glorificare la violenza terroristica in accordo a credi particolari…» può essere arrestato e deportato. Secondo questa regola, i leader dell’African National Congress in esilio in Gran Bretagna, avrebbero potuto essere deportati nel Sudafrica dell’apartheid. Il santo Nelson (Mandela), spesso prodigo di sostegni a Blair, farà sentire una voce di protesta? Spero di sì. Chiunque dovrebbe farlo. Queste e altre precedenti leggi che emendano il sistema di giustizia penale riportano la Gran Bretagna all’epoca pre-democratica, quando le élite privilegiate manipolavano le leggi a proprio piacimento.

Solo dieci anni fa la giustizia sperimentava i suoi insuccessi più grotteschi. Donne e uomini irlandesi, totalmente innocenti, venivano incarcerati da poliziotti corrotti, picchiati in carcere da secondini corrotti e condannati all’ergastolo a Birmingham e Guildford. Ci sono voluti più di dieci anni di dure campagne d’opinione per ottenere un nuovo processo e la loro liberazione. Alla fine la storia dei quattro prigionieri di Guildford ha anche ispirato un film hollywoodiano. Il processo è cominciato di nuovo, ma questa volta il bersaglio è diverso. E proprio per questo non ci saranno film hollywoodiani.