Se Avigdor rivela l’essenza di Ehud

Sembra ormai sicuro che Avigdor Lieberman, leader del partito Yisrael Beitenu («Israele, casa nostra»), entrerà nella coalizione di governo presieduta da Ehud Olmert. Qualcuno già condanna l’ingresso nel governo di un estremista di destra, ma forse la cosa va vista in modo più articolato.
Lieberman è noto come leader di estrazione russa, il suo linguaggio a volte brutale da «uomo forte» lo ha reso molto popolare tra gli israeliani di origine sovietica. Ha attaccato demagogicamente la polizia quando «molestava» sospetti emigrati dall’ex Urss, fa appello a un governo forte e a un sistema elettorale con la soglia del 10% per entrare in parlamento – che lascerebbe fuori i partiti arabi e quelli religiosi. Propugna lo «scambio di territori», che porterebbe all’espulsione di fatto dei cittadini arabi; mette sempre in chiaro chi sono i «nemici interni» e propone misure di tipo totalitario per combatterli.
Poche settimane fa Lieberman affermava che il governo Olmert era alla fine, ora diventa l’elemento che permetterebbe a Olmert di arrivare alla scadenza del suo mandato. Lieberman accetta l’incarico di vicepremier incaricato di elaborare la strategia di fronte al pericolo iraniano.
Se qualcuno dalle posizioni simili a quelle di Lieberman entrasse nel governo austriaco, probabilmente Israele sospenderebbe le relazioni diplomatiche con quel governo, come lo ha fatto dopo l’ingresso del nazional-popolare Joerg Haider nella coalizione di Vienna.
C’è qualcosa di positivo nell’ingresso di Lieberman nel governo israeliano: quanti sono ancora convinti che Ariel Sharon e Ehud Olmert appartengono al campo «moderato» dovranno interrogarsi sulla propria cecità politica. Peggio: c’è chi considera l’attuale coalizione di governo una coalizione di «centro-sinistra», dove il leader laburista Amir Peretz è il ministro della difesa. Mentre la politica economica all’interno è quella dettata dalla «Grande chiesa dei credenti nel Libero mercato», Peretz e Olmert continuano a parlare di pace ma lasciano cadere ogni reale iniziativa – mentre la repressione militare sale a livelli brutali. La risposta al sequestro Shalit e ai missili Kassam che continuano a cadere sul sud di Israele? Solo la forza bruta. L’assedio a Hamas continua e sembra avvicinarsi la fine del governo di Ysmail Haniya. Con lo stimolo americano e la compiacenza europea, Israele ha stabilito un accerchiamento economico che soffoca la società palestinese al fine di far cadere il governo di Hamas, eletto con le elezioni democratiche sbandierate in occidente come proprie della civiltà occidentale. Oltre a ciò, la repressione militare è in costante escalation. L’esercito israeliano invade quotidianamente la striscia di Gaza e negli ultimi giorni si parla di un’azione ancora più ampia. Nelle ultime ore, la festività musulmana di Eid el Fitr è stata «salutata» dall’esercito israeliano uccidendo otto palestinesi. Nei comunicati ufficiali dell’esercito si tratta come sempre di noti terroristi, e come sempre il saldo delle vittime include non pochi «non terroristi» che «purtroppo» si trovavano nei paracchi. Tutto questo sotto la direzione di un ministro della difesa «colomba» responsabile di una politica repressiva che non farebbe sfigurare il predecessore Shaul Mofaz, il quale si è distinto per una cieca politica di assassinii mirati, rappresaglie e distruzione.
Lieberman, con la sua xenofobia di estrema destra, aiuta a decifrare meglio la vera indole di un governo che si maschera da «moderato» e rifiuta ogni iniziativa di pace, soffoca il popolo palestinese e minaccia di destabilizzare ancor più l’intero Medio oriente.