«Se avete un sospetto sparategli alla testa»

Dice così il manuale per le polizie

Non hanno agito d’istinto quelli delle squadre speciali armate di Scotland yard. Quando il 23 luglio hanno sparato in testa al povero Jean Charles de Menezes perché aveva scavalcato senza pagare le barriere della stazione di Stockwell, lo hanno fatto tenendo a mente i suggerimenti della International association of chiefs of police, associazione di capi della polizia che raduna diversi alti ufficiali di tutto il mondo.

L’associazione nasce nel 1893 ed ha come scopo quello di «far crescere la scienza e le competenze dei servizi di polizia», come recita la presentazione. Non è un organo dell’Onu o un’altra forma di istituzione internazionale, ma un gruppo informale che ragiona e propone strumenti per far avanzare la qualità del lavoro delle polizie di tutto il mondo. Volendo fare un parallelo con l’economia, si potrebbe dire che il meeting annuale dell’associazione dei capi della polizia, che si terrà a settembre a Miami, è una Davos dei poliziotti. L’associazione si vanta di aver suggerito, nei 110 anni della sua storia, di aver suggerito una serie di programmi poi adottati dalle polizie di diversi Paesi, Stati Uniti in testa. Tra i suggerimenti dati, molti anni fa, quello di diffondere l’uso delle impronte digitali. Ogni anno vengono pubblicati rapporti di ricerca e raccomandazioni.

Dopo l’11 settembre 2001, uno dei temi su cui l’International association of police chiefs ha lavorato con più insistenza e suggerito le sue linee guida ai 20mila ufficiali che ne sono membri è la lotta al terrorismo. Dopo la serie di attacchi suicidi che hanno fatto più di 50 morti a Londra, più precisamente il giorno dopo la giornata di sangue nella capitale britannica, è stato diramato il documento che suggerisce ai poliziotti in servizio di sparare alla testa nel caso ci si trovi in presenza di un sospetto kamikaze.

A far conoscere al mondo la direttiva che incoraggia a sparare in testa è l’edizione del Washington post in edicola ieri. La questione tecnica di cui gli alti ufficiali discutono è «quale uso delle armi da fuoco in situazioni di pericolo». Dopo l’11 settembre, e ancora di più dopo il 7 luglio, il numero di casi in cui sparare è considerato utile e necessario si è ampliato di molto.

Nel caso in questione, il testo spiega: «La raccomandazione di sparare per uccidere vale quando ci si trova in presenza di un profilo comportamentale che presenta una serie di anomalie quali vestire un cappotto pesante in clima caldo; quando il sospetto porta con sé una valigia 24 ore, un borsone o uno zaino dal quale escono fili elettrici; quando il sospetto è visibilmente nervoso, tende ad avere uno sguardo sfuggente, o suda troppo; se la persona in questione ha bruciature prodotte da agenti chimici sui vestiti e macchie sulle mani; se il sospetto sembra mormorare preghiere camminando avanti e indietro davanti a un qualche possibile obiettivo». Il documento aggiunge che il pericolo non deve essere «imminente» come è normale in altre situazioni: se ci sono «degli elementi ragionevoli di sospetto» è bene uccidere sparando alla testa.

Come avevano spiegato già a Scotland yard il giorno stesso dell’esecuzione del 27enne elettricista brasiliano, non potevamo mirare alle gambe perché si sarebbe fatto esplodere, né al torace perché avremmo potuto causare noi l’esplosione. Il problema è che Jean Charles de Menezes non aveva cinture di tritolo sotto la giacca e se c’era qualche filo elettrico nelle sue tasche, gli sarebbe servito a far funzionare l’aria condizionata di qualche appartamento di Londra. La Acpo, branca britannica dell’associazione internazionale, spiega in un comunicato del 23 luglio «da non connettere in nessun modo agli avvenimenti della stazione della metropolitana di Stockwell» che la base giuridica per l’uso delle armi da fuoco esiste già e che nessuna tattica di prevenzione dell’incolumità delle persone va definita «shoot to kill» (sparare per uccidere, ndr). Alla mancata relazione tra la morte del brasiliano e questo comunicato non ci credono nemmeno quelli che lo hanno scritto.

La tecnica di sparare alla testa è un insegnamento della polizia israeliana a quella britannica; la prima è quella che ha più esperienza negli attentati suicidi. Il quotidiano della capitale federale statunitense interroga diversi alti ufficiali americani e qualcuno, qualche dubbio su questa linea guida da Far West, sembra averlo. Se il capo della polizia di Miami sembra apprezzarne il contenuto e spiega contento di poter garantire «che se ci trovassimo con dei kamikaze nelle nostre città “spara per uccidere” sarebbe la scelta che faremmo», il responsabile della sicurezza del Congresso Usa spiega almeno che «E’ una scelta istantanea tra l’incudine e il martello». Dopo i sette colpi in testa a un cittadino brasiliano incensurato che andava a lavorare con i mezzi pubblici sarebbe lecito aspettarsi qualche dubbio in più.