Se Arcore fa scuola

Sbaglieranno, ma i poteri economico-finanziari forti, e anche quelli medi, danno già per certa l’imminente uscita di scena di Silvio Berlusconi. Si ridislocano in tutta fretta. Si preparano a stringere le necessarie alleanze politiche, o lo hanno già fatto. Operano attivamente per occupare posizioni vantaggiose dalle quali trattare con i successori del cavaliere. Non gli mancano certo sponde interessate a instaurare o consolidare un proficuo rapporto, nel centrosinistra dato per vincente come nel centrodestra qualora riuscisse a ribaltare gli infausti pronostici. La conseguenza è una situazione tanto instabile quanto esposta a massimi rischi di degenerazione. Onore al merito: stavolta Arturo Parisi, l’eterno braccio destro di Prodi, ha sintetizzato perfettamente la minaccia che incombe su tutti e sull’Unione in particolare. Ha dichiarato senza mezzi termini che alla domanda di alternativa della base elettorale potrebbe corrispondere «solo un’offerta di alternanza». Ha rincarato la dose denunciando l’eventualità che il berlusconismo e il suo endemico conflitto di interessi possano «in qualche modo contagiare tutti».

E’ probabile che Parisi sia stato spinto a muovere accuse tanto pesanti da motivi non solo etici. La competizione tra Quercia e Margherita, anche nella sua versione prodiana, è forte, ed è ovvio che l’alter ego del professore colga l’occasione per vibrare un colpo duro contro i diessini. Che Romano Prodi tema la costituzione di un’asse tra gli aggressivi poteri finanziari emergenti e gli alleati/rivali della Quercia è evidente: altrettanto vistosa è la volontà (sua e dei suoi ufficiali) di ostacolare la formazione di una rete nella quale, una volta raggiunto palazzo Chigi, si troverebbe drammaticamente imbrigliato.

Ma qualunque ragionamento o calcolo abbia mosso Parisi, la sua denuncia resta puntuale e precisa. Quella che si profila nella nomina del nuovo presidente Rai, nei mercanteggiamenti che la hanno accompagnata, nel disinvolto passaggio di Petruccioli dal vertice della commissione incaricata di vigilare sulla Rai a quello dell’azienda «vigilata», è un’affinità né superficiale né episodica tra Berlusconi e una parte dei suoi oppositori. E le iniziali esitazioni della Quercia nei confronti di Antonio Fazio e delle sue doverose dimissioni non possono essere derubricate a mera distrazione momentanea.

Ancora più inquietante è il sostegno offerto dai leader diessini a un’operazione quanto mai discutibile come la scalata Unipol alla Bnl, beffardamente accompagnata dall’allarme suonato dalla stessa Quercia per l’assalto di Ricucci al Corriere della Sera. Un tentativo facilitato, se non addirittura reso possibile, proprio dall’operazione Unipol-Bnl.

Quel che si intravede dietro ciascuno di questi episodi, e a maggior ragione dietro il quadro complessivo, è certamente un intreccio perverso tra politica e affari, ma probabilmente non nella forma di una nuova tangentopoli, di una riedizione del craxismo e del foraggiamento obbligato dei partiti da parte delle aziende in cambio di favori preziosi. E’ molto di più. E’ il rischio di un’identificazione piena tra il potere economico e quello politico, la scomparsa dei confini che separano la finanza e l’economia dal palazzo.

E’ un berlusconismo senza e dopo Berlusconi. Una repubblica costitutivamente fondata sul conflitto di interessi, chiunque sia al governo. Un’ombra che sta all’Unione tutta, e al leader Prodi più che a chiunque altro, dissipare da subito. Senza aspettare le elezioni e il governo.