Se anche il sindacato rinuncia al suo ruolo è normale morire di lavoro

Se non si vuole nascondere la testa sotto la sabbia, se si vuole sottrarsi al piagnisteo ipocrita che si leva per subito spegnersi ad ogni ecatombe sul lavoro, occorre andare alla radice del problema: gli infortuni, le morti (non solo quelle da trauma o da avvelenamento – sulle più raccapriccianti delle quali si accende qualche mediatico riflettore – ma anche quelle, del tutto ignorate, fatto di patologie contratte sul lavoro) sono il riflesso più evidente e drammatico di una condizione che ha introiettato il rischio e l’insicurezza conte modalità, diffuse, “normali” della prestazione d’opera. Tutto, per un quarto di secolo e con una fantastica accelerazione negli ultimi dieci anni, ha concorso a minare l’intero sistema di tutele e di diritti nel lavoro. A partire da quella perversa ideologia della competitività che ha subordinato a sé, gerarchicamente, ogni altro fattore, ivi compreso e senza alcuno scrupolo quello umano; che ha alimentato quel ginepraio di rapporti precari i quali, indebolendo il potere di coalizione dei lavoratori, li espone sistematicamente al ricatto e a condizioni di lavoro proibitive. Vorrà pur dire qualcosa il fatto che la maggior parte degli infortuni si verifica nell’edilizia, nella giungla dei subappalti, nel lavoro “grigio” e “nero”, fra gli immigrati. Ma non solo. Si guardino allo specchio i propugnatori del modello secondo cui il miserabile salario di un operaio può aumentare solo se si lavora per più ore e più intensamente. Si chiedano gli industriali ed i neoconvertiti seguaci del culto dell’impresa quanto autosfruttamento produce questo stato di necessità. Riflettano sul significato di misure come la detassazione delle prestazioni straordinarie. Sorprende davvero che si scopra solo ora quanto è da sempre noto e cioè che l’accumulo di stanchezza e di fatica abbassa la soglia di attenzione e moltiplica i rischi. E che dire degli organi di vigilanza e di prevenzione, privati di risorse e sospinti all’inerzia da un mandato del potere politico (che “suggerisce” di non gravare l’impresa di troppi lacci e lacciuoli) e invitati a svolgere funzioni di consulenza aziendale, piuttosto che spronati ad un’efficace azione di controllo, di repressione delle violazioni di legge. La triplicazione degli organici ispettivi porterebbe ad una bonifica dei rapporti di lavoro, ad una selezione delle imprese, ad una protezione più adeguata dei lavoratori:
senza oneri aggiuntivi, giacché è noto che fra somme evase recuperate e sanzioni comminate ogni ispettore porta all’erario risorse pari a 40 (quaranta) volte il suo costo. Capito? Invece no: agli ispettori non vengono pagate le trasferte e persino i rimborsi per la benzina si fanno attendere per mesi! Qualche anno fa, nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario, il procuratore della repubblica di Brescia, di fronte all’inarrestabile stillicidio di morti sul lavoro diceva, papale papale, che senza un’efficace azione repressiva anche la prevenzione resta un mito. Sacrosante parole. Se non fosse che la stessa magistratura – salvo casi eccezionali- liquida le numerose notizie di reato ad essa trasmesse dai servizi delle aziende sanitarie con altrettante archiviazioni, prescrizioni o con decreti penali dell’ultima ora che asciugano con sanzioni amministrative irrisorie e nessun risarcimento per le parti lese menomazioni fisiche e psichiche pesanti.
Quanto alla politica, essa non ha mai voluto (sino ad oggi) punire – in barba al solenne precetto contenuto nell’articolo 41 della Costituzione – l’omissione di misure di sicurezza come reato penalmente rilevante. Semmai, come è noto, la legge si è esercitata nel senso opposto e tutte le volte che si è occupata di lavoro – in coerenza con la vulgata liberista dominante – lo ha fatto per agevolare i processi di scorporo, di esterna-lizzazione, di terziarizzazione delle imprese, frantumando il lavoro e l’efficacia della sua rappresentanza, favorendo la fraudolenta trasformazione in lavoro giuridicamente autonomo quello che ad ogni effetto rimane lavoro dipendente. Insomma, si è fatto di tutto per delineare un quadro normativo che permetta all’azienda di nascondere la propria responsabilità nei confronti dei lavoratori.
Infine, c’è il sindacato, che ha subito con assai scarsa reattività la concentrica offensiva contro il lavoro, trascurando il principale strumento a sua disposizione, quella contrattazione che un esame degli accordi rivela impoverita ed implosa. Che si contino solo sporadici casi di costituzione di parte civile del sindacato; che i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza siano stati nei fatti abbandonati a se stessi ad esercitare un ruolo di impossibile surroga delle RSU; che la “soggettività operaia” nella valutazione dei rischi sia stata sostituita da una gestione
puramente formale (e pure essa deficitaria) delle procedure cartacee stabilite dalla 626, sono cose che rivelano più di una disattenzione: quando pensi che la produttività dell’impresa sia l’interesse prevalente e condiviso è fatale essere inclini a giustificare, tollerare sottovalutare tante cose. Troppe. Ecco allora che rimettere al centro del processo produttivo, dell’attività lavorativa, le persone, il fondamentale diritto di ognuno a proteggere la propria integrità, come elemento irriducibile, non barattabile, significa compiere un salto di cultura e di civiltà che nessuna battaglia puramente redistributiva ha la forza di realizzare. Ecco una buona idea per la sinistra e per il sindacato.