Scuole di guerra per l’azienda Italia

Il ritorno delle salme dei due militari italiani uccisi in Afghanistan ci ricorda quanto sia attuale il tema della guerra per l’agenda politica del nostro paese, quotidianamente distratto dal balletto osceno di una classe politica in piena fase di decomposizione.

Le accelerazioni dell’esecutivo di destra nelle politiche militariste sono relegate oramai in trafiletti dei grandi quotidiani nazionali: domenica 1 agosto a pag. 16 de “La Stampa”, nella colonna delle brevi si poteva leggere che “.Dal prossimo anno scolastico i residui non utilizzati del fondo finanziario delle scuole non resteranno a disposizione degli Istituti per essere riutilizzati l’anno successivo: finanzieranno i corsi di tre settimane voluti dal Ministro della Difesa per avvicinare i giovani alle forze armate. Il provvedimento è contenuto nella manovra finanziaria”.

Così, mentre alla Ministra dell’Istruzione Gelmini è assegnato il compito di distruggere la scuola pubblica, allo scopo di mantenere le classi subalterne nell’ignoranza e nell’arretratezza, il fascista La Russa utilizzerà i fondi rimanenti a quest’istituzione strategica per inculcare l’unica cultura che questo esecutivo può trasmettere alle nuove generazioni: quella da caserma.

Si dirà: niente di nuovo sotto il cielo plumbeo imposto dal governo Berlusconi. Di fronte al massacro sociale che il tandem Sacconi/Marchionne sta preparando contro i lavoratori italiani una notizia del genere merita un trafiletto in sedicesima pagina.

Non siamo di quest’avviso, dato che i “corsi della Difesa” proposti dall’attuale Ministro della Difesa fanno parte di un piano più articolato e complesso, che vede impegnato l’intero sistema militare / industriale della cosiddetta “azienda Italia” in un lavorio quotidiano, fatto di una miriade d’iniziative finalizzate a rendere appetibile, soprattutto alle nuove generazioni, il mestiere delle armi e l’industria che lo sostiene. Si tenta così di legittimare come positiva la connessione tra il civile e il militare nei vari settori dell’economia, della ricerca, dello sviluppo territoriale.

In questa attività non è impegnato solo il governo centrale, ma anche amministrazioni di centro / destra / sinistra, centri studi universitari, sindacati concertativi e, dulcis in fundo, l’onnipresente ed onnipotente Finmeccanica.

Se per le nuove generazioni il “cavallo di Troia” militarista è soprattutto la scuola pubblica, per i giovani disoccupati e precari, per i milioni di lavoratori che rischiano il posto di lavoro a causa della crisi capitalistica, sono ben altri i messaggi che questa classe dirigente bipartisan invia per convincere della bontà delle scelte di guerra e dello sviluppo dell’industria militare.

Gli strumenti di questa campagna ideologica sono innumerevoli.

È di questi di giorni la notizia, giuntaci dal Salento ( si veda http://www.pugliantagonista.it/osservbalcanibr/afgan_herat13.htm), della presenza tra i villeggianti di Gallipoli dell’Info Team dell’esercito italiano, intento a pubblicizzare tra i giovani pugliesi disoccupati le opportunità professionali e formative offerte dalla Forza Armata.

Convegni, incontri pubblici, cerimonie di riconoscimento a personalità dell’industria armiera come Pier Francesco Guarguaglini – AD di Finmeccanica – si moltiplicano, dato che a oggi il recente scandalo “fondi neri” del neonazista Mokbel a favore della holding a partecipazione statale non sembra aver scalfito l’immagine del “livornese rampante”.

Infine i processi di “integrazione armonica” di basi militari all’interno di piani di sviluppo di vaste zone di territorio ( esempio inquietante l’inserimento da parte degli amministratori di centro sinistra locali della base USA di Camp Darby nel progetto di “area vasta” Pisa/Livorno) sono il segno di un’ulteriore legittimazione alla presenza di questi avamposti di morte.

Da poco le agenzie hanno battuto la notizia di un crollo del 26% del mercato delle auto. Il sistema militare/industriale tricolore si prepara a cambiare le gomme con i cingolati, passando dal welfare state all’unico keinesismo possibile nella attuale crisi sistemica del capitale: quello di guerra

* Rete dei Comunisti