Scuola, arriva il liceo di serie B

Il governo approva la riforma e divide in due le superiori

Studi «classisti» «Doppio canale» per gli istituti e stage in aziende. Torna il tutor. Opposizione e sindacati protestano: non siamo stati consultati, avremo studenti di serie A e serie B. I Cobas: come prima del `62

Un doppio canale che piace tanto al governo e a chi l’ha ideato, vale a dire il ministro dell’Istruzione Letizia Moratti, e fa parlare l’opposizione di «atto classista». Perché nella riforma della scuola secondaria varata ieri dal consiglio dei ministri sono previsti due tipi di istruzione: quella dei licei, con il conseguimento di un diploma finale, e quella dell’istruzione e formazione professionale, che invece consegnerà una qualifica. Entrambi con «pari dignità» e con percorsi culturali comuni, assicura il governo. e con la possibilità di effettuare stage e tirocini in modo da alternare scuola e lavoro, ma con modalità diverse di accesso all’università. E per questo nel mirino dei sindacati e dell’opposizione, che arriva a parlare con la diessina Alba Sasso di «una scuola per cittadini di serie A e una scuola per cittadini di serie B» e con Piero Bernocchi dei Cobas di un «apprendistato gratuito al servizio dell’impresa privata», visto che «gli istituti professionali escono di fatto dalla struttura scolastica e vengono appaltati alle aziende». Il provvedimento attuativo della riforma Moratti, che arriva dopo quelli sul primo ciclo, sul riordino dell’Invalsi, sull’alternanza scuola-lavoro, sul diritto-dovere all’istruzione e sulla formazione degli insegnanti, non sarà comunque immediatamente esecutivo ed è prevedibile che incontrerà notevoli difficoltà. Prima dovrà infatti essere esaminato dalla conferenza Stato-regioni, con queste ultime per nulla convinte in particolare dalla copertura finanziaria, poi sarà sottoposto al voto parlamentare, dove si annuncia battaglia.

Ma vediamolo nel dettaglio. Partendo ovviamente dai licei, che dureranno cinque anni, prevalentemente propedeutici alla prosecuzione degli studi, con frequenza obbligatoria per almeno 3/4 dell’anno e una valutazione anche sulla condotta, e termineranno con un esame di stato e un titolo di studio che avrà valore legale. E’ prevista la personalizzazione dei percorsi e l’introduzione della figura del tutor. Ci saranno quattro licei con indirizzi e altrettanti senza.

L’orario minimo annuale di lezioni è di 990 ore, con percorsi sia triennali che quadriennali più un anno integrativo, per gli istituti professionali, per accedere all’università. Viene favorita anche l’alternanza scuola-lavoro e il decreto prevede che un unico campus potrà ospitare i licei con indirizzo e gli istituti di formazione professionale. Altre novità sono l’insegnamento in inglese di una disciplina nel quinto anno, mentre nel linguistico sono previste 33 ore annue di conversazione con docenti di madrelingua ed è introdotta una seconda lingua comunitaria obbligatoria. Infine, gli organici rimangono confermati fino al 2010-2011, la copertura finanziaria è prevista in 44 milioni di euro per il 2006 e 43 milioni dal 2007, mentre i percorsi saranno avviati gradualmente dal 2006-2007. Il ministro Moratti naturalmente difende a spada tratta la riforma, che darebbe ai giovani «tutti gli strumenti per inserirsi in maniera attiva in un mondo sempre più difficile», e alle critiche risponde affermando che il provvedimento dà la «possibilità di accedere all’università da entrambi i percorsi» e che comunque «lungo il cammino» lo studente potrà anche modificare le sue scelte e passare da un istituto a un altro.

Ma al centrosinistra non piacciono né i contenuti del decreto e tantomeno i metodi utilizzati dal governo. «E’ l’ennesima dimostrazione della mancanza di volontà di dialogo da parte di una maggioranza che sta imponendo dall’alto una riforma non discussa, non condivisa e non partecipata», sostiene Alba Sasso, per la quale «le obiezioni delle parti sociali, dei sindacati e degli operatori della scuola sono rimaste inascoltate». La rifondarola Titti de Simone chiede al governo di fermarsi e di «riaprire il confronto con il mondo della scuola e i sindacati» e propone che nei prossimi mesi l’Unione e i movimenti promuovano «una straordinaria mobilitazione per la scuola pubblica». Mentre per Piergiorgio Bergonzi del Pdci si tratta dell’«ennesimo, inaccettabile schiaffo all’istruzione». «Il decreto oggi approvato proseguono svilisce le migliori esperienze della scuola superiore italiana», sostengono invece Fausto Raciti e Stefano Fancelli, portavoce degli Studenti di sinistra e della Sinistra giovanile.

Sul piede di guerra anche i sindacati. «Un brutto provvedimento», commenta Enrico Panini della Cgil, con il quale il governo «ha deciso di iscrivere nella sua agenda l’apertura di uno scontro durissimo con la Cgil». Sotto accusa, prima ancora che il merito, il metodo adottato: «Il consiglio dei ministri ha approvato un testo che è il frutto di un lungo lavorio in segrete stanze a cui non si è ritenuto di dover far partecipare nessuno dei soggetti a cui il ministro in persona, dal lontano 13 gennaio 2005, aveva, al contrario, garantito un percorso di confronto continuo». La Cisl si sofferma invece sugli effetti della riforma: ci saranno «meno tempo scuola, inesigibilità del diritto allo studio, assenza di una pari dignità dei percorsi formativi, inesistenza di risorse per supportare la riforma». «E’ forte il rischio che venga meno l’impianto unitario e nazionale del nostro sistema di istruzione», dice invece Massimo di Menna della Uil. Mentre per Bernocchi dei Cobas con questa riforma si torna a prima del 1962, con un ritorno alla vecchia scissione tra scuola e avviamento alle professioni.