Scorsese: in Usa la tv è propaganda

Tutto nello spazio di 48 ore. Ospite della Cineteca giovedì sera per il festival «Officinema» e poi sigillo finale, sabato mattina, con laurea honoris causa all’Università. Sarà una visita-lampo quella che vedrà Martin Scorsese presentare a Bologna il suo ultimo documentario su Bob Dylan No Direction Home e imbastire la sua lectio magistralis all’Alma Mater con tanto di toga e cappello. Per festeggiare l’evento, la Cineteca di Bologna ha voluto dedicare al regista americano una propria pubblicazione speciale. Esce in stampa domani, s’intitola Il mio viaggio nel documentario e contiene, tra le altre cose, una lunga conversazione con Scorsese realizzata per l’occasione da Raffaele Donato di cui vi anticipiamo questo blob di frammenti salienti.
Film o documentario:
la doppia faccia di una vocazione
La cosa che fin dall’inizio mi ha interessato del cinema è la domanda: dove mettere la macchina da presa? In altre parole, abbiamo la capacità di fotografare qualcosa che chiamiamo «vita», di registrarla? Da quale punto di vista? Se si colloca la macchina da presa in un punto qualsiasi d’una strada e di lì passano alcune automobili, questo significa registrare. Se invece la macchina da presa viene collocata a un angolo particolare e si decide di aspettare finché non passa un certo tipo di persona o finché non arriva una certa luce, questo è interpretare. Il che solleva un’altra domanda interessante: che cosa è venuto prima – l’impulso a registrare o a interpretare? Personalmente credo che siano arrivati insieme. Hanno entrambi valore. Procedono tenendosi per mano. Per me non c’è mai stata alcuna differenza tra fiction e non fiction.
Il potere della vita che ti si crea davanti
Cerco sempre di ricreare nella fiction la «forza documentaria» dell’inatteso, dell’immediato. Probabilmente la scena in cui questo è più evidente è la scena di Goodfellas in cui appare mia madre. Nel film è la madre di Joe Pesci, serve del cibo a Pesci, a Bob De Niro e a Ray Lotta, quando i tre si presentano a casa sua nel cuore della notte. La scena è costruita sul dialogo intorno alla tavola, sul calore dei loro discorsi. Non era stata «scritta» e non ce n’era stato bisogno. Bob, Joe e Ray sono buoni improvvisatori e mia mamma è stata semplicemente lei – lei che serviva la cena a suo figlio, come aveva fatto tante volte con me e mio fratello quando portavamo a casa degli amici. Nel film suo figlio è un assassino, e lei forse lo sa o forse no, ma non importa, è suo figlio ed è felice di vederlo. Questa è la verità della scena.
Dal cinema sovietico alle propagande di oggi
La letteratura russa dell’epoca dà il senso della condizione essenzialmente primitiva di larga parte del paese. Ascoltare alla radio le voci di Lenin e Stalin dev’essere stato come ascoltare la voce di Dio. Pensiamo a cosa poteva significare vedere per la prima volta le poderose immagini dei film sovietici. Poi i cineasti russi hanno scoperto che potevano «lavorare» il cinema con il montaggio – il montaggio che permetterà di veicolare, senza parole, chiare indicazioni politiche, drammatiche ed emotive. La propaganda può essere piegata a qualunque fine – Triumph des Willens di Leni Riefenstahl ne è l’esempio più tristemente noto. Si fa propaganda anche oggi in America, ogni giorno. La CNN è diventata propaganda. Tutto sta nelle notizie che scelgono di dare e nel punto in cui mettono la telecamera. Tre metri più a sinistra e la storia potrebbe essere del tutto diversa. Nulla di quello che vedi in televisione è degno di fede. E il punto è: la gente se ne accorge?
Michael Moore e Fahrenheit 9/11
Il documentario di Michael Moore doveva essere fatto, qualsiasi cosa si pensi del genere «militante». In America, le voci conservatrici sono diventate molto forti. È incredibile per me aver vissuto abbastanza da sentire la parola «liberal» diventare un insulto o una diffamazione. Qualcosa è andato tremendamente storto. Il film di Moore è il risultato del profondo senso di impotenza che avvertiamo oggi. Il suo stile aggressivo, che è sua volta una forma di propaganda, è il risultato di anni di sentimenti repressi.
La sfida del documentario musicale di «No Direction Home»
No Direction Home è stato realizzato utilizzando materiale girato negli ultimi quarant’anni. Jeff Rosen ha intervistato Bob Dylan, lo conosce da ventisei anni ed è riuscito ad arrivare a una verità. Una verità e non la verità perché Dylan, come molti di noi, continua a reinventare se stesso. Dice: «non importa quello che ho detto riguardo a me stesso, non importa quel che dico ora, importa quel che faccio». Alla fine non è la tecnica, non è lo stile. Sono le persone e ciò che si rivela nel momento in cui una persona abbandona la sua autoconsapevolezza e ti lascia avvicinare. Questo è cinema.
Dylan e il suo contesto storico: gli anni Sessanta americani
Dovevamo ricreare il contesto in cui nacquero i movimenti per i diritti civili, che oggi sono solo una lontana memoria. L’uomo comune sa oggi chi erano i Freedom Riders? Così abbiamo usato le famose immagini dei neri seduti al bancone d’un drugstore a bere caffè e dietro si forma una fila minacciosa di bianchi. Abbiamo visto questa scena tante volte che ci siamo assuefatti. Ci siamo abituati a tutto. Poi mi sono detto: che cosa dobbiamo fare perché queste immagini abbiano un impatto forte su qualcuno che le vede per la prima volta? Lasciamo perdere il suono. Togliamolo. È un effetto inatteso. Dopotutto questo è un film sulla musica e d’improvviso quello che cominci a notare è il piacere viscerale con cui i ragazzi bianchi picchiano i ragazzi neri. Ora se questo cattura la tua attenzione e ti fa dire dal profondo del cuore: che roba è questa, è terribile… ecco, questo significavano i movimenti per diritti civili – il senso dell’indignazione.
L’eterna futilità della guerra: l’esempio del Vietnam
Lo stesso vale per la guerra del Vietnam. Come puoi spiegare quella guerra, quegli anni dal 1957 al 1973? Anche qui, come ricreare il contesto? C’erano gli straordinari reportage di Morley Safer della CBS, trasmessi a ora di cena. Due minuti e mezzo di quelle immagini sono più efficaci, per restituire il momento, di molti famosi documentari. Il materiale è molto forte: si apre con uno dei nostri G.I. che accende uno Zippo per bruciare una capanna. Vediamo un vecchio vietnamita che cerca di parlare con Safer, gli chiede aiuto. Safer quasi non riesce a dire parola, non sa che cosa sta succedendo, è smarrito, indifeso lui stesso. Si guarda intorno, cercando di trovare un senso in quello che accade. E così la gente che guarda. Ma nessuno ci riesce. Per cominciare a capire qualcosa bisogna vedere fino in fondo. E allora diventa chiaro che si tratta di esseri umani e dell’essere umani in una situazione estrema. I soldati, il reporter, i vietnamiti erano tutti coinvolti e bloccati in questa situazione senza via d’uscita. Tutto d’improvviso acquista senso. Quel reportage aveva un immediato potere iconografico – colpiva assolutamente tutti, anche chi credeva nell’intervento militare in Vietnam. Tutti cominciarono a capire la futilità della guerra. Si vedeva chiaramente che non c’era soluzione, che non sarebbe mai finita. E il discorso diventava più generale, non riguardava più il solo Vietnam. Cominciammo a chiederci: è questa la nostra vera natura? È questo quello che siamo?