Scontri inter-sciiti nel Sud. Gli Usa con i filo-iraniani

L’Iraq a stelle e strisce sta affondando sempre più in un mare di sangue, tra raid Usa, squadroni della morte governativi sciiti e non, milizie al di fuori di ogni controllo spesso in lotta tra di loro, una resistenza sempre più forte che ormai controlla vaste aree del paese ma profondamente divisa al suo interno tra l’ala maggioritaria «nazionale» e quella vicina ad al Qaida, le milizie curde impegnate ad impadronirsi della città petrolifera di Kirkuk, un governo, quello di al Maliki, sul punto di essere sfrattato dagli stessi occupanti. Su questo sfondo drammatico, nel quale alcuni a Washington cominciano a pensare ad un auto-colpo di stato a Baghdad che faccia uscire di scena almeno parte dei politici messi da loro stessi al potere a Baghdad con il compito di distruggere il paese – cosa che sembra abbiano fatto con eccessiva diligenza – un nuovo elemento si è aggiunto al puzzle iracheno: lo scontro tra le milizie del partito di maggioranza il filo-iraniano, Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq (Sciri), e i suoi concorrenti del leader sciita radicale Moqtada al Sadr affrontatisi, armi in pugno prima ad Amara, alla fine della scorsa settimana, nel sud, là dove il Tigri si unisce all’Eufrate per formare lo Chatt el Arab e ieri di nuovo, sempre a sud ma più vicini alla capitale – a circa 40 miglia – nella cittadina di Suwayra. In entrambi i casi, ma soprattutto ad Amara – consegnata appena due mesi fa dalle truppe britanniche alle milizie filo-iraniane che controllano le forze di polizia governative – i miliziani di al Sadr hanno risposto con durezza agli arresti di alcuni loro dirigenti. Nel corso di duri combattimenti i miliziani si sono così impadroniti della città di Amara e distrutto commissariati e caserme delle forze di polizia del partito rivale da loro accusato di «fare gli interessi dell’Iran e non del popolo arabo dell’Iraq». Anche se in realtà anche loro sembra abbiano potenti sponsor a Tehran. A Suwayra nello scontro tra le milizie sciite sono intervenuti anche gli americani che, sostenendo le forze di polizia ufficiali, filo-iraniane, hanno bombardato il quartier generale di al Sadr provocando decine di vittime. In queste ore in entrambe le località è subentrata una fragile tregua ma non c’è da farsi illusioni. Il caos iracheno non è frutto del caso ma delle scelte dell’amministrazione Bush, dallo scioglimento dell’esercito – che ha dato il via libera al saccheggio del paese da parte delle milizie sciite e curde all’introduzione del criterio confessionale nella ripartizione del potere politico, alla Costituzione «neocon» che divide il paese in tre entità, una curda al nord, una sunnita al centro e una sciita nel sud da qui a diciotto mesi. Questa prospettiva, confermata lunedì scorso dal parlamento fantoccio iracheno, ha gettato nuova benzina sul fuoco e riacceso lo scontro per il controllo delle future enclave, soprattutto al sud. Il problema è che questa scelta «neocon» di soffiare sugli scontro etnici e con fessionali per realizzare una sorta di «caos creativo» che tolga dalle mappe del Medioriente, uno dei più importanti paesi arabi della regione a tutto vantaggio di Israele, cosi come quella di ricorrere contro la resistenza, in gran parte sunnita, agli squadroni della morte sciiti legati al ministero degli interni iracheno -addestrati dai consiglieri Usa – hanno finito per creare una situazione non solo tragica ma del tutto ingovernabile per gli stessi occupanti. Tragica soprattutto per gli iracheni che muoiono al ritmo di 4.000 al mese vittime degli occupanti, degli squadroni della morte e degli attentati di Al Qaida. Nel tentativo di limitare la fratricida deriva settaria 29 esponenti religiosi sunniti e sciiti si sono riuniti alla Mecca in questi giorni e hanno sottoscritto un documento comune. Alla riunione non era però presente né l’establishment sciita, né i settori sunniti vicini alla resistenza. Il consiglio degli Ulema sunniti, da parte sua, pur dichiarandosi pronto a sostenere l’appello, per bocca del suo leader Hareth al Dari, ha ricordato in un suo comunicato come la violenza in Iraq abbia un’origine politica e non religiosa e quindi per fermarla occorrerebbe, al più presto, una trattativa e una soluzione politica.