Sciopero metalmeccanici, l’Italia anticipa l’Europa?

Dunque, il 2 dicembre sarà il giorno dell’invasione di Roma da parte dei metalmeccanici. Un appuntamento la cui importanza non sfugge a nessuno, politici compresi. Ed è bene ricordare che questo sciopero nazionale è stato indetto anche per non lasciare alle imprese la libertà di usufruire come meglio credono dei salari e del tempo dei dipendenti. Un “no” alla flessibilità insomma, che cerca di stoppare la deriva dell’iper-precarietà che tanto sta contaminando il mondo del lavoro. Questo succede in Italia. E nel resto d’Europa? Diciamo che le cose non sono poi tanto diverse.
In Germania la Grosse Koalition ha appena visto la luce e i lavoratori hanno già dovuto pagare pegno, grazie all’accordo fra Cdu e Spd per innalzare a due anni il periodo di prova per i dipendenti, quindi a rischio licenziamento per tutti i 24 mesi. Un’altra misura adottata per rendere «più snella» la produzione. A fine febbraio scadrà pure il contratto dei metalmeccanici e l’IG Metall sta già affilando i coltelli per «ottenere un aumento salariale corrispondente all’aumento dell’inflazione e del costo della vita». La posizione del sindacato è ferma, ma la trattativa si annuncia difficile, in quella Germania che da locomotiva d’Europa si è ritrovata a vivere un periodo di stagnazione economica contenuto a fatica. La concorrenza dei Paesi in via di sviluppo si fa sentire anche a Berlino e così sindacati ed imprese in molti casi hanno raggiunto un accordo: in cambio della promessa di non delocalizzare, i lavoratori lavorano più ore, o comunque si mettono a disposizione per straordinari e turni più flessibili. A Wolfsburg, per esempio, la Wolkswagen ha accettato di mantenere la produzione del nuovo Suv solo in cambio di turni settimanali di 42 ore, mentre le hostess della Lufthansa hanno sacrificato due giorni di ferie all’anno. Sono accordi limitati nel tempo, mai oltre il 2012, e senza alcun ritocco al ribasso dei salari che sono già molto più alti di quelli italiani.

La Francia di De Villepin non fa eccezione. La riforma delle politiche del lavoro è stato il cavallo di battaglia nei primi 100 giorni del nuovo Governo e tanto è bastato per cambiare notevolmente le condizioni dei lavoratori d’Oltralpe. Adesso chi lavora in piccole aziende da meno di due anni può essere licenziato senza giusta causa e, una volta senza lavoro, deve anche stare attento a non perdere il sussidio di disoccupazione che De Villepin vorrebbe ridurre in durata e quantità. Ed è rispuntata pure l’ipotesi di innalzare le intoccabili 35 ore lavorative alla settimana. Come in Germania, anche nella Francia baluardo della vecchia Europa, in alcuni posti di lavoro si è sperimentata la formula del do ut des: alla Bosh, per esempio, adesso si fa un’ora di lavoro in più alla settimana. Ma almeno è rimasta in Francia.

Diversa la situazione in Spagna, dove Zapatero, seppure sia più che aperto alle teorie liberiste, porta avanti la sua lotta alla precarietà con una riforma che vuole ampliare le categorie alle quali applicare un contratto a tempo indeterminato, e aiuta le imprese a pagare fuoriuscite fino a 45 giorni per i giovani fino ai 29 anni, le donne, chi ha più di 45 anni e i disoccupati anche da un mese soltanto. Anche l’economia spagnola però deve fare i conti con l’economia globalizzata e soprattutto con le multinazionali straniere (vedi Electrolux) che scappano da Madrid alla volta dell’Est asiatico.

In questo sintetico scenario resta da inserire il sindacato europeo. L’ultima conferenza della Fem (la sigla europea dei metalmeccanici) è servita per gettare le basi di un percorso comune verso una piattaforma unica europea per le contrattazioni collettive. Già ci sono state alcune esperienze di scioperi continentali, uno anche per i dipendenti Electrolux, e di piattaforme comuni. Il sospetto è però che i sindacati si siano mossi in ritardo rispetto agli stravolgimenti della globalizzazione. E che continuino a muoversi con lentezza.