Sciopero generale!

*Direzione nazionale PRC

Non servono parole scarlatte: il pericolo del consolidamento di un regime reazionario, dai caratteri neo fascisti, è svelato dai fatti, che concatenati rimandano il disegno del capitale: distruzione finale dei diritti attraverso l’allargamento del proprio dominio e la repressione, anche militare ( Genova non è un incubo da rimuovere, ma il segno permanente dei tempi e la violenza poliziesca e sanguinaria sorta nelle sue strade si è ripetuta, in forme diverse, in tante piazze d’Italia, contro i lavoratori, gli studenti, contro i cortei napoletani che smascheravano il bluff della “città” pulita, contro i terremotati dell’Aquila, contro gli operai dei cantieri navali, sino alle manganellate di oggi contro i pastori sardi ). Ma parlino i fatti: il 14 dicembre, alla Camera, si vota la sfiducia al governo. La deputata Catia Polidori, già con Fini, opta per Berlusconi e il suo è uno dei tre voti che salvano il governo. Perché? La Polidori è cugina del presidente del Cepu, l’università privata on-line per la quale il governo stanzia 36 milioni di euro. Lo stesso giorno si svolge a Roma la grande manifestazione studentesca che denuncia la distruzione della scuola e dell’università pubblica, la controriforma Gelmini e la Finanziaria Tremonti, che sposta 450 milioni di euro verso l’università privata, che si aggiungono ai 380 regalati (come scriveva Pietro Calamandrei nel 1950) “alle scuole del partito dei padroni: quelle private”, ai 500 milioni annui per la guerra in Afghanistan e ai 600 per il riarmo: è il furto del futuro che viene urlato dai giovani in piazza. I racconti degli studenti arrestati il 14 dicembre rievocano gli orrori di Genova: “ Ci tenevano al gelo, senza bere né mangiare, né poter andare in bagno. Chi chiedeva un po’ d’acqua o si lamentava per le ferite aperte, per le botte prese dalle forze dell’ordine, veniva deriso, minacciato, di nuovo picchiato. Ricordatevi di Bolzaneto – ci dicevano. Per 14 ore, nel centro di identificazione di Tor Cervara, abbiamo subito ogni tipo di angheria e di terrorismo psicologico, con la consapevolezza che laggiù, in quella specie di carcere, di spazio vuoto sospeso nel nulla, lontani da tutto e da tutti, ci sarebbe potuto accadere ogni cosa”. Dopo Roma la destra vuole lo stato di polizia: Gasparri definisce terrorista il movimento studentesco; Maroni chiede gli arresti preventivi e l’allargamento ( pinochettista) del Daspo; per i nazifascisti Alemanno e Mantovano occorre affidare l’ordine sociale all’esercito; Alfano chiede “misure speciali”. Rievocando, tutti assieme, il Testo di Pubblica Sicurezza del 1926, quello che legittimava la repressione fascista di Mussolini. Poi, ulteriore tassello dell’ordito reazionario, viene il progetto Marchionne per Mirafiori, che schiavizza e mercifica i lavoratori riducendoli a puri agenti della totalità padronale: un produttivismo per il quale l’essere umano in produzione è parte organica e disumanizzata dell’apparato macchinico generale; un progetto che sussume i sindacati, trasformandoli in sacchi vuoti afflosciati a terra; cancella il Diritto e la Costituzione espellendo dalle fabbriche – come in un golpe da colonnelli – il sindacato di classe e i comunisti. Ciò dopo che i padroni, il governo, i sindacati gialli, il sistema mediatico complessivo avevano già da tempo demonizzato la Fiom ( anch’essa, per Sacconi, sul filo del terrorismo), una Fiom abbandonata sotto il fuoco nemico sia dal PD che dalla maggioranza Cgil. E anche per l’editto Marchionne, come per lo stato di polizia, le radici affondano nel ventennio nero, nell’accordo di Palazzo Vidoni del 1925, quando Mussolini, la Confindustria e il sindacato cancellano le Commissioni interne, spegnendo la voce operaia, allargando il silenzio sociale e rafforzando il regime.

Ciò che stupisce è che la Camusso e il PD, suo partito di riferimento, non sembrano accorgersi che un nuovo ordine nero – prima e dopo Pomigliano d’Arco – è andato estendendosi sul mondo del lavoro; non sembrano essersi accorti che, nell’attacco generale ai lavoratori, solo nel 2010 600 mila operai sono finiti in cassa integrazione perdendo, ognuno, 8 mila euro del loro già magro salario annuale. Occorre come il pane costruire l’opposizione sociale, ma il PD sa solo crogiolarsi nel proprio pantano: primarie? Casini ? Fini? Tutto così lontano dalla realtà, dalla sottosalarizzazione di massa, dall’indebitamento delle famiglie, dall’ormai troppo vasto dolore sociale…

Che i compagni e le compagne se ne rendano conto: non è più il tempo di far ridere i padroni con le nostre divisioni, tra le basi materiali della nostra estraneità sociale, dell’incapacità di rispondere alla lotta di classe lanciata dal capitale. Occorre reagire, unire i comunisti e la sinistra di classe, costruire il partito comunista nel fuoco della lotta, smettendola di eroderlo nelle guerre correntizie, nel rifiuto dell’unità delle forze comuniste e nella riesumazione di antiche e ormai risibili, rispetto al buio che viviamo, divisioni, diatribe. Che i dirigenti della FdS e dei due partiti comunisti diano indicazioni precise, semplici, mobilitanti. Da subito, in ogni paese, in ogni città, di fronte alla fabbriche e alla scuole si apra un presidio democratico permanente, sia esso un gazebo o un tavolino sgangherato. Ed esserci, presidiare le piazze, legarsi alla Fiom, al movimento operaio e studentesco, essere per essi sponda politica e sociale, lavorare da comunisti per unire operai e studenti nella lotta. Sopperire all’emarginazione politica e mediatica nell’unico modo che possiamo: la riconquista dell’agorà e, razionalizzando scientemente le forze (anche due soli compagni/e al giorno, in rotazione, a “tenere” i presidi, mantenendoli così in piazza per lungo tempo) organizzare la presenza diffusa, la testimonianza attiva, la lotta. E dalla piazza, con gli strumenti più semplici, quelli che la nostra povertà ci consente ( il volantino, il giornale parlato), con i piccoli “eventi” che possiamo produrre, popolarizzare le nostre parole d’ordine ( via dall’Afganistan; no al riarmo; tassare le fortune, il capitale; cancellare la Legge 30; ricostruire il welfare e la scuola pubblica; riconquistare diritti e salario…), denunciare lo stato di polizia nascente, il neofascismo crescente; svelare, ben al di là delle escort, la natura tumorale, per la democrazia, del governo Berlusconi; criticare con severità la linea subordinata della maggioranza della Cgil, della Susanna Camusso e il liberismo del PD.

Assumere come nostre le proposte dell’ultimo Comitato centrale della Fiom, che lancia, già dal prossimo gennaio, le “feste in piazza” in ogni regione; un’iniziativa nazionale per la raccolta di firme in difesa della libertà sindacale e lo sciopero operaio di otto ore per il 28 gennaio. Partendo da ciò per far crescere tra le masse, tra i lavoratori, una chiara, forte, prima parola d’ordine, una vera e propria esigenza sociale, il primo ed importante passo per aprire quell’intero, da troppo tempo mancante e necessario, ciclo di lotte sociali volto a spuntare le unghie ai padroni, al cambiamento dei rapporti di forza tra capitale e lavoro, senza il quale nulla muta e ogni accordo politico tra comunisti e forze moderate rischia il fallimento e il politicismo : sciopero, sciopero generale!