Sciopero «di base», in 50.000 a Roma

Non è stato per niente facile, ma alla fine ci sono riusciti. Lo sciopero generale nazionale dei sindacati di base – Cub-RdB, Unicobas, Cnl, Sult, Usi-Ait, Sincobas – si è svolto regolarmente e cinquantamila persone hanno manifestato a Roma. Neppure la pioggia è riuscita a guastare troppo l’iniziativa. L’iter, invece, era stato davvero travagliato. I media – lamentano con ragione gli organizzatori – hanno steso un velo di silenzio sulla scadenza. Anzi, quando tre giorni fa il ministro Lunardi ha deciso la precettazione dei lavoratori nei trasporti pubblici (autoferrotranvieri, ferrovie, aerei, ecc), molte testate ne hanno tratto la conclusione che «lo sciopero non c’era più». Le ultime due giornate sono così trascorse nel frenetico rincorrere tutte le situazioni per «controinformare» il più possibile e confermare la mobilitazione.

Si era verificato quanto temeva Pierpaolo Leonardi, uno dei coordinatori nazionali della Cub: precettati i trasporti, venivano meno le categorie «mediaticamente» più visibili perché capaci di incidere sulla mobilità quotidiana di tutti i cittadini. Alcune amministrazioni pubbliche, ci viene riferito, avrebbero apertamente cavalcato la precettazione per «avvertire» i dipendenti che lo sciopero era stato «revocato». Ciò nonostante i sindacati di base dichiarano che più di un milione di persone avrebbe incrociato ieri le braccia per le canoniche otto ore.

Complicato anche arrivare a Roma per manifestare. Da Bologna denunciano che le ferrovie avevano all’ultimo momento cancellato un treno speciale (debitamente prenotato e pagato), invitando gli aspiranti manifestanti ad arrangiarsi con le corse normali (naturalmente già strapiene). Solo dopo un acceso confronto con i dirigenti delle ferrovie venivano messi a disposizione alcuni pullman con cui raggiungere la capitale. Stesse disfunzioni vengono denunciate da altre località, soprattutto del nord Italia. La riprova la si è avuta in mattinata quando, a manifestazione partita, in zona stazione Termini continuavano a formarsi gruppi di persone appena scese dai treni in ritardo o dalla metropolitana dopo un viaggio in pullman.

Il corteo si è andato così arricchendo di partecipazione mano a mano che percorreva le strade, sotto una pioggia a tratti anche intensa. Striscioni, cartelli e slogan erano incentrati in prevalenza sulla questione del «trattamento di fine rapporto» (il tfr, o la «liquidazione») e sull’impossibilità di sopravvivere decentemente con gli attuali livelli salariali («A fine stipendio senza troppo mese»). Ma anche altri temi sociali hanno trovato ampio spazio, come chi portava la scritta «Contro Cofferati, siamo tutti lavavetri». Il sindaco diessino di Bologna, solo tre anni fa nel cuore della folle, è stato uno dei bersagli più citati: «Le baracche non sono di sinistra, ma neanche le ruspe», a proposito della giustificazione usata per abbattere alcuni campi nomadi.

Grande, comprensibilmente, la soddisfazione degli organizzatori. Magari non saranno stati gli 80mila che citati a un certo punto da Piergiorgio Tivoni, altro coordinatore nazionale della Cub e figura storica del sindacalismo milanese; ma di certo «è una grande vittoria del sindacalismo di base che lotta per rimettere i soldi in tasca ai lavoratori e impedire lo scippo del tfr».

La legge delega per la «riforma» del sistema previdenziale è qui contestata senza mediazioni. Non interessa neppure la differenza tra l’affidamento del tfr ai «fondi chiusi» (gestiti da imprese e sindacati confederali) e polizze assicurative individuali (come piacerebbero tanto al patron di Mediolanum, casualmente anche presidente del consiglio). «Governo, sindacati, banche e asscurazioni – ha detto Tiboni – lottano per spartirsi la torta, mentre i lavoratori il loro tfr se lo vogliono tenere». E in effetti i pochi sondaggi condotti sull’argomento mostrano maggioranze schiaccianti a favore del mantenimento della situazione attuale.

Silenzio completo sullo sciopero e la manifestazione anche dal «palazzo» e dai partiti. Solo da Rifondazione di è alzata la voce del senatore Gigi Malabarba – ex operaio dell’Alfa di Arese e leader dello Slai-Cobas – a chiedere «una nuova scala mobile». Critico anche lui verso lo «sciopericchio di Cgil, Cisl e Uil tra un mese, con obiettivi generici e a finanziaria già fatta». Un atteggiamento cauteloso (ma probabilmente anche inefficace) che Malabarba accomuna al procedere del centrosinistra «che punta sul logoramento di Berlusconi, guardandosi bene dal costruire una mobilitazione si massa su contenuti sociali». Quando i «grandi» stanno fermi, insomma, i sindacati di base vanno a riempire il vuoto di iniziativa. Perché le condizioni di vita, pare, sono tuttora più importanti dei tatticismi politico-elettorali.