Sciopero del pubblico impiego La Cub-RdB contro la finanziaria

C’è uno scarto irrimediabile tra le dichiarazioni politiche sugli intenti della legge finanziaria e i contenuti specifici dei singoli articoli. Una differenza che dà la vera «volontà politica» di un governo. Specie quando si esaminano le norme che investono la pubblica amministrazione, il suo funzionamento, il personale, i contratti e i salari.
La Cub-RdB, sindacato di base con un presenza forte nel settore – verificata all’inizio di ottobre, con uno sciopero dei precari che lavorano per lo stato e una manifestazione nazionale che ha portato a Roma 35.000 persone – ha presentato ieri lo sciopero in tutto il pubblico impiego. Due ore, nella giornata di domani, con presidi e manifestazioni un po’ in tutta Italia. Esentati, all’ultimo momento, solo i lavoratori della sanità a Roma, per poter meglio affrontare l’emergenza successiva all’incidente nella metropolitana «A».
L’analisi della finanziaria presenta a loro giudizio un quadro impietoso. Non sono previste risorse per il rinnovo dei contratti, scaduti ormai da dieci mesi. Non ci sono «risposte al problema del precariato nella pubblica amministrazione». Soprattutto «non c’è una vera inversione di tendenza rispetto al governo precedente», specie per quanto riguarda la «scelta di smantellare le strutture portanti del pubblico impiego». A conti fatti, «centinaia di strutture di lavoro dovranno chiudere i battenti»; mentre una «legge delega viene prevista per vendere i servizi pubblici locali (trasporti, nettezza urbana , ecc)». Nell’insieme, viene denunciato un «progressivo disimpegno dello stato dal territorio», al punto che «l’unico riferimento ‘pubblico’ restano le forze di polizia», peraltro in espansione numerica e di finanziamenti. Lo «smantellamento non riguarderebbe solo lo «stato sociale» vero e proprio, ma anche i centri di definizione di standard omogenei su tutto il territorio nazionale. Due esempi per chiarire il concetto: «si apre ai privati anche la revisione dei mezzi pesanti (camion, tir, autobus, ecc), a spese degli uffici della motorizzazione» e «si decentrano le agenzie fiscali, i catasti e molti altri uffici determinanti per la lotta all’evasione fiscale». Un «federalismo» di stampo privatistico che rischia di creare standard diversi a luogo a luogo. L’esempio più drammatico resta comunque la sanità. Qui, spiega la Cub, la finanziaria impone alle regioni tagli di personale per ridurre le spese», legando persino il «salario accessorio» dei dirigenti al «raggiungimento dei risultati previsti» (voce tagliata, paradossalmente, per le agenzie fiscali). In pratica, si «trasformano le regioni in liquidatori del servizio sanitario nazionale», perché lo sforamento dei tetti di spesa imporrà un impercorribile aumento delle aliquote regionali Irpef (non progressive con l’aumentare del reddito, peraltro). Il tutto in un quadro contabile davvero oscuro. Le spese per il personale, ad esempio, «sono valutabili solo per i contratti a tempo indeterminato», mentre quelle per gli stipendi dei precari «rientrano nella voce ‘servizi’». Le prime sono «da ridurre», le seconde sono in certi casi incentivate. E il precaria, perciò, cresce. Le stesse «dotazioni organiche» – tra «stabili» e «precari» – sono a questo punto un mistero. Fino al paradosso che i «il personale previsto dai ‘servizi minimi’ da garantire nei giorni di sciopero è spesso di numero superiore a quello previsto nei giorni di lavoro ‘normale’». E’ la dimostrazione del «fallimento del ‘modello aziendalista’ per la sanità, perché ha aumentato le spese e i centri di costo, e ridotto l’efficienza». La stessa «lotta all’evasione fiscale», infine, sembra a rischio, perché una quantità crescente di società private svolge già ora – per enti locali e non solo – compiti che sarebbero di competenza dello stato centrale. E «se neppure il fisco è davvero più statale» cosa resterà mai della macchina pubblica?