Schio non vuole la manifestazione dei “reduci della Repubblica sociale”

Anche quest’anno si svolgerà l’iniziativa «in onore di tutte le vittime delle stragi partigiane», con consueto sfoggio di simboli e inni fascisti. Per il prefetto non ci sono motivi per vietarla, ma sono migliaia le firme di protesta e numerose le interrogazioni parlamentari

La manifestazione nazionale indetta dai “reduci della repubblica sociale italiana” in «onore di tutte le vittime delle stragi partigiane dimenticate dall’Italia nata dalla Resistenza», a Schio, domenica prossima, col consueto sfoggio di simboli e inni fascisti, è legale e legittima quindi non ci sono motivi per un divieto. Questa è l’opinione del prefetto di Schio, espressa a una delegazione che si è recata lunedì a consegnare migliaia di firme di protesta che si aggiungono all’appello lanciato da politici come Ingrao, Asor Rosa, Lucio Magri, protagonisti della Resistenza come Massimo Rendina, Rosario Bentivegna e molti altri e alle interrogazioni parlamentari.

Della delegazione facevano parte i segretari regionali di Cgil, Cisl e Uil, le parlamentari Tiziana Valpiana (Prc), Lalla Trupia (Ds), Luana Zanella (Verdi), il consigliere regionale della Margherita Achille Variati, l’ex sindaco di Schio Giuseppe Bellato Sella, oltre ai rappresentanti dell’Anpi e del Prc. Rimane quindi l’impegno, per tutti gli antifascisti, della manifestazione indetta dal Prc domenica prossima alle ore 9 in piazza Duomo.

Gli edifici pubblici, i locali, gli alberghi, i negozi di Schio esibiscono i nomi e i simboli delle grandi fabbriche – Lanificio Rossi, Nuovo Pignone, Fonderia De Pretto – che fecero di questa cittadina veneta un importante polo industriale del Novecento ma la realtà di oggi non è quella di un museo della nostalgia. Su trentacinquemila abitanti ventimila sono operai, occupati in centinaia di piccole e medie imprese. Una città operaia quindi, fiera della sua storia che è una storia di lavoratori, sfruttati, inascoltati, ribelli dove gli uomini e le donne dei nostri giorni vengono da bisnonni anarchici e socialisti, nonni comunisti, con sulle spalle anni di carcere, confino, emigrazione, padri partigiani e protagonisti delle grandi lotte del dopoguerra. Padri, nonni e bisnonni che hanno combattuto, insieme alla quotidiana guerra alla miseria, le guerre di Spagna, la clandestinità sotto il fascismo, la guerra partigiana, sognando di costruire un domani migliore e raccogliendo delusioni sempre più amare.

La notte del 9 settembre 1943 le Ss tedesche attaccano la Caserma locale: è il primo giorno di venti mesi di occupazione che è costata oltre mille morti fra combattenti e civili il cui tragico conto comincia qui, con quattro caduti un fante, un alpino, due avieri. La stessa notte comincia il reclutamento e l’organizzazione dei giovani operai, studenti, contadini, soldati che avrebbero costituito le dodici Brigate Garibaldi d’Assalto “Anteo Garemi”, cinquemila uomini dislocati in un territorio che va da Padova a Bolzano, dal Brenta al lago di Garda, supportati da migliaia di staffette (quasi tutte donne), informatori, cucinieri, infermieri, portatori di armi e guardiani di rifugi.

Ai morti in combattimento, ai fucilati, ai torturati, si aggiunsero centinaia di civili sterminati per rappresaglia o per intimidazione gli ultimi dei quali nei villaggi di Forni, Settecà, Pescala, dopo la liberazione di Schio (il 29 aprile 1945); uccisi dai tedeschi in ritirata, nonostante l’accordo che garantiva loro il passaggio fino alla frontiera. L’ultimo, atroce, colpo di coda degli sconfitti. Nelle valli, nei paesi, per le strade di Schio i partigiani, le staffette, i comandanti dai fantasiosi nomi di battaglia erano festeggiati con fiori e bicchieri di vino. Poco altro perché la fame incombeva ancora sulle famiglie proletarie e il Cln, i partiti di sinistra e i sindacati dovevano frettolosamente trasformarsi in organizzatori di una rete di solidarietà per garantire la sopravvivenza al loro popolo.

Intanto le fabbriche riaprivano lentamente e ancora più lente erano le assunzioni al lavoro che spesso discriminavano proprio i partigiani che avevano impedito la distruzione e il saccheggio degli impianti, mentre molti ex fascisti tornavano indisturbati al loro lavoro. La delusione, la rabbia, la miseria di quei giorni, acuiti dagli atroci racconti dei pochi scampati dai campi di sterminio nazisti e forse dalle voci di un’evasione dei fascisti carcerati, organizzata con la collaborazione degli alleati, fu il brodo di coltura di un brutale episodio di giustizia sommaria, noto sotto il nome di “eccidio di Schio”. La notte fra il 6 e il 7 luglio del 1945, dodici partigiani entrarono nel carcere, scelsero fra i detenuti 54 fascisti e li uccisero a colpi di mitra. Un fatto ingiustificato e ingiustificabile, condannato senza esitazioni dall’Anpi, dai partiti antifascisti, dai sindacati che pesò per decenni su Schio e sul movimento operaio e antifascista nonostante che il processo ai dodici avesse escluso ogni coinvolgimento, anche solo morale, di tutte le organizzazioni politiche, sindacali e resistenziali: solo quarantotto anni dopo la città ricevette la meritata medaglia d’argento al Valor Militare, “per meriti resistenziali”.

Il resto è cronaca dei nostri giorni: nel 2002 i “reduci della repubblica sociale italiana” insieme all’associazione vicentina “Continuità ideale” che oggi si dichiara vicina a Alessandra Mussolini, celebra l’anniversario dell’eccidio con un corteo di camice nere, gagliardetti, inni fascisti e proclami razzisti. Nonostante la palese violazione di due leggi dello stato – divieto di “ricostituzione del disciolto partito fascista” e di “apologia del fascismo” – la manifestazione si svolge indisturbata e viene regolarmente autorizzata nel 2003 e nel 2004. Neppure quest’anno c’è stato un divieto nonostante la presa di distanza delle famiglie dei fascisti uccisi che ha portato gli organizzatori a modificarne il titolo che sarà “in onore di tutte le vittime delle stragi partigiane, dimenticate dall’Italia nata dalla Resistenza”. Come gli altri anni Rifondazione ha organizzato la risposta di chi non accetta l’ennesimo insulto ai vivi e ai morti che hanno liberato il nostro paese dall’orrore nazifascista.