Schiaffo per Lula: sì alle armi

«Ha vinto la libertà». Gli americani della National Rifle Association sono stati i primi a congratularsi. Un voto di sfiducia contro il governo sulla

Il referendum di domenica in Brasile che proponeva la proibizione della vendita e del commercio delle armi si è risolto in un disastro per il sì. Il 64% degli elettori brasiliani (che erano 122 milioni, voto obbligatorio) hanno detto seccamente no, contro il 36% di sì. Qualsiasi cittadino che abbia compiuto 25 anni e abbia passato qualche allegro controllo potrà continuare a comprare armi e munizioni. E a sparare. Il Brasile ha un record mostruoso: una persona uccisa da armi da fuoco ogni 15 minuti, l’anno scorso 36 mila persone uccise a colpi d’arma da fuoco, in Brasile pare che le armi in mano ai privati siano non meno di 17 milioni, di cui 9 milioni non registrate. E molti delle vittime e degli assassini erano giovani, secondo un rapporto dell’Onu. Non è servita a niente la campagna per il sì del governo di Lula, della chiesa cattolica e delle Nazioni unite e neppure degli adorati attori delle telenovelas e delle stelle della musica popular brasileira che si sono spesi negli spot televisivi gratuiti in favore del bando. Anzi, secondo molti, l’impegno del governo e delle stelle per il sì alla fine è stato contriproducente. Perché il no è stato anche un voto di sfiducia totale nella capacità del governo di affrontare il problema della sicurezza, che in Brasile è drammatico, e il sì ha finito per apparire una posizione delle élites politicalliy correct mentre il popolo – che la campagna favorevole alle armi ha saputo sapientemente usare -, quello che vive nell’inferno quotidiano delle favelas, si esprimeva in favore dell’uso delle armi «per potersi difendere dai banditi e dalla polizia».

Il trionfo del no è anche un segnale inequivocabile dei dubbi, o meglio della certezza, sull’efficienza e soprattutto sull’onestà della varie polizie nel compito di difendere i cittadini.

Solo in settembre il sì era oltre il 70% nei sondaggi e il no poco sopra il 20%. Poi la campagna si è spostata dal semplice quesito sulla vendita delle armi alla complessiva politica sulla sicurezza pubblica del paese, o meglio, come ha detto Roberto Busato, presidente dell’Ordine degli avvocati del Brasile, «sulla sua non-politica». In effetti, nonostante gli impegni presi in campagna elettorale, il governo di Lula è riuscito a fare poco o nulla per migliorare una situazione di guerra quotidiana che è andata anzi peggiorando in questi ultimi anni. «Il popolo è tornato alle urne per dire a Lula, per la prima volta dopo le elezioni del 2002, che il suo voto in rapporto alla sicurezza pubblica è zero». Lula ha dovuto far buon viso a pessimo gioco: domenica notte ha detto che lui continua personalmente a essere contrario all’uso individuale delle armi, ma che la vittoria del no «non porrà alcun problema» e il governo la rispetterà.

La «campagna del popolo» ha sconfitto la «campagna delle élites», anche se può apparire curioso il fatto che i sondaggi rivelassero l’ovvietà che più si alzava il livello sociale e di reddito più cresceva la massa dei no.

In realtà il popolo è stato ancora una volta usato, e usato male. I propagandisti del no l’hanno buttata non solo sulla paura ma anche sull’insindacabile diritto individuale di avere un’arma, e di usarla. In questo senso i responsabili della campagna del sì parlano con qualche ragione di un «dibattito all’americana» e denunciano il poderoso lavorio delle lobbies non solo brasiliane. Fra i primi a congratularsi per il trionfo delle armi sono stati quelli della National Rifle Association: «una vittoria della libertà».

Intanto, e anche questo spiega il disastro di domenica che è molto più che simbolico, la popolarità di Lula continua a scendere nei sondaggi