Schiaffo a Vicenza

Apprendiamo con profonda delusione che il governo italiano non si oppone all’ampliamento della base militare Usa di Vicenza. Una decisione sbagliata, che renderà ancora più aspro l’ormai prossimo confronto parlamentare sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan.

La politica estera del nostro Paese, con il Governo di centro-sinistra e con il ministro D’Alema, ha mutato direzione: plurilaterale, europea, mediterranea (uscita dell’Iraq, “equivicinanza” con Israele e Palestina, ricucitura dei rapporti con i paesi arabi e dell’area mediterranea, cessazione della guerra in Libano con la missione unifil 2). Resta, appunto, la “spina” dell’Afghanistan.
Invece la politica della difesa si muove in sostanziale continuità con quella del Governo precedente.
Anzi, l’ultima finanziaria ha portato ad un aumento delle spese per gli armamenti dall’11% al 21%, nonostante il programma di centrosinistra ne prevedesse espressamente la riduzione. Non solo: in questi giorni il Governo ha portato alla Commissione Difesa della Camera il provvedimento per la produzione dei discussi JSF che ora si chiamano F-35 Lightning II.
È mancata anche una risposta sulla permanenza delle armi nucleari USA in Italia. Esito di una politica Nato di “nuclear sharing” non di per sé automatica: Grecia, Canada ed altri paesi Nato se ne sono sottratti continuando a fare parte dell’Alleanza. Ci si chiede cosa aspetti il Ministro della Difesa per fare altrettanto nel nostro Paese che oltretutto è denuclearizzato.
Sostanziale delusione anche sul fronte di una rinegoziazione delle basi militari USA che avrebbe potuto e dovuto portare ad una drastica riduzione delle stesse in Italia.

Qui s’inserisce la vicenda di Vicenza.
Non solo non c’è una riduzione, di alcuna base, ma si produrrebbe il raddoppio di quella esistente a Vicenza che farebbe dell’ex aeroporto Dal Molin la più grande base all’estero dell’esercito americano.
Il nostro paese è il più gravato di tutta Europa da basi militari USA e Nato. Con il Governo Berlusconi si sono già ampliate le basi USA di Camp Derby, Sigonella, Napoli ed Aviano creando preoccupazione in vasti strati della popolazione locale (possibile obiettivo di ostilità) ma molto meno negli Enti locali compiacenti.
Ci si chiede quale interesse ha uno Stato sovrano – per esempio l’Italia – a continuare a cedere altre parti del proprio territorio ad attività militari straniere (ancorché alleate) su cui non può esercitare il controllo. Tanto più oggi quando le basi USA sono al servizio di una strategia politico-militare (la guerra unilaterale al terrorismo) che ha reso il mondo più insicuro e che l’Italia non dovrebbe condividere. Su questi temi – e in particolare su Vicenza – i parlamentari pacifisti hanno più volte interrogato e interpellato sia il Governo Berlusconi che il Governo Prodi.
Su Vicenza abbiamo chiesto di conoscere il contenuto degli accordi tra il nostro paese e gli Stati Uniti; perché di questi accordi non fosse stato doverosamente informato il Parlamento; quali fossero le motivazioni strategico-militari che giustificavano il raddoppio della presenza militare USA e Vicenza e l’aumento ad Aviano, quale invece l’interesse politico e militare italiano ad autorizzare il potenziamento della base di Vicenza in netta controtendenza rispetto all’Europa in cui la presenza militare statunitense sta riducendosi drasticamente anche perché si tratta di forze non ricadenti nelle previsioni del trattato Nato.
Le risposte sono state reticenti e sostanzialmente negative dal Governo Berlusconi, dilatorie dal nostro Governo (il rimpallo alle scelte del territorio).

Insomma in Europa gli USA chiudono basi e installazioni militari e solo in Italia e Bulgaria si ampliano e si aprono. Certamente questa scelta è funzionale ad uno spostamento del baricentro delle operazioni militari americane verso gli obbiettivi dell’area meridionale (Iraq, Afghanistan, Africa).
La chiusura a breve della base della Maddalena non ci fa dimenticare l’aumento del livello e dell’importanza delle altre strutture USA nel nostro paese: dal comando delle forze navali in Europa – trasferito nel luglio del 2005 da Londra a Napoli – al potenziamento delle strutture di comando e controllo della US Navy situate all’aeroporto di Capodichino la cui responsabilità giunge fino al Mar Rosso e al Golfo Persico.
I nuovi scenari prospettati dalla politica militare degli Stati Uniti (dall’aumento del contingente militare in Iraq ai bombardamenti sulla Somalia) destano preoccupazione ai fini di una complessiva stabilizzazione e risulta francamente inspiegabile e preoccupante che sia il Governo di Centro Sinistra del nostro Paese a fornire gli strumenti materiali per questa politica unilaterale.