Schiaffo a Blair, bocciata la legge anti-terrore

Tony Blair è stato sconfitto in Parlamento per la prima volta da quando è andato al potere otto anni fa. Secondo molti osservatori politici, lo smacco conferma che la sua autorità è in una irreversibile parabola discendente verso l’uscita da Downing
Street. Ieri il Times e il Daily Mail sono apparsi con lo stesso titolo: «Inizio della fine?». Il Mirror ha chiesto in prima pagina a Cherie, la moglie del premier: «Si prepara a fare il trasloco?». Un portavoce di Downing Street ha subito fatto sapere che il premier è «disappointed» (contrariato), ma che «la sua autorità è intatta» e che il programma del governo continuerà inalterato secondo i piani.
La sconfitta è avvenuta su un aspetto cruciale della legge antiterrorismo preparata nei mesi scorsi dopo gli attentati di luglio, costati la vita a 52 persone. Blair voleva portare il termine di detenzione preventiva senza prove e senza processo fino a 90 giorni nei casi di persone sospettate di terrorismo. Secondo il premier, con il Paese a rischio di nuovi attentati le due settimane stabilite in passato non bastavano più. A sostegno di questa tesi Blair ha fatto scendere in campo anche il capo della polizia di Londra, Sir Ian Blair, secondo cui i 90 giorni sono necessari per dar modo agli investigatori di prendere tutte le informazioni necessarie sugli arrestati, specie quelle rintracciabili attraverso i telefoni e l’internet. Immediata la protesta delle organizzazioni per i diritti civili. I partiti all’opposizione -conservatori e liberaldemocratici- hanno parlato di minaccia alle libertà civili. Ma la rivolta ha visto coinvolti anche molti parlamentari laburisti: 90 giorni di detenzione senza processo equivalgono a tre mesi di prigione. Sono stati fatti paragoni con i 90 giorni che venivano osservati dal governo razzista sudafricano ai tempi dell’apartheid. Altri si sono chiesti: 90? Perché non 180 o 360? Come a dire che una volta che si comincia su questa strada si rischia di slittare verso l’internamento, cosa che il governo britannico provò, senza successo, nell’Irlanda del Nord. Il ministro agli Interni Charles Clarke avrebbe voluto negoziare un accordo bipartisan con l’opposizione riducendo il termine, ma Blair si è impuntato. Ha accusato i ribelli e l’opposizione di mettere in pericolo la sicurezza del paese, affermando che la gente è con lui. «C’è una distanza preoccupante tra una parte del parlamento e la realtà della minaccia terroristica e la pubblica opinione», ha detto Blair ai suoi ministri. Alla vigilia del voto aveva ordinato al ministro degli Esteri Jack Straw e al cancelliere Gordon Brown di rientrare in aereo rispettivamente da Mosca e dal Medio Oriente per averli tra i votanti e dimostrare a tutti i deputati la sua fermezza. Non è servito a niente: 49 deputati laburisti hanno votato contro i 90 giorni. Altri 13 si sono astenuti. Risultato: questo aspetto della legge è stato clamorosamente bocciato. Al suo posto è stato approvato un termine di detenzione di 28 giorni. La clausola che condanna la «glorificazione» del terrorismo è invece passata.
Il leader tory Michael Howard ha chiesto le dimissioni di Blair: «La sconfitta ha ridotto la sua autorità. Dimostra che non è più in grado di controllare il suo partito su questioni di grande importanza». Il leader libdem Charles Kennedy ha commentato: «Blair corre il rischio di farsi trascinare dagli eventi, di trovarsi alla mercé non solo dell’opposizione,ma di ribelli nel suo stesso partito. Sta diventando un’anatra azzoppata». Tra i ribelli c’è chi ha esultato: «Blair ha voluto fare il macho, presentandosi ancora più a destra dei tory. Gli è andata male», ha detto l’ex ministra Clare Short. Il timore di Blair è che i ribelli adesso facciano il bis votando contro le riforme nell’educazione e nella sanità che sono fortemente avversate dall’ala sinistra del Labour.