Scene di lotta di classe in redazione

Difficile ricordare uno scontro più duro tra giornalisti ed editori. Dopo i due giorni consecutivi di sciopero nella scorsa settimana eccone qui altri due – ieri e oggi si astengono dal lavoro i colleghi della carta stampata, oggi e domani quelli delle tv e delle radio, sia pubbliche che private.
A dispetto della conclamata (e in parte reale) «diversità» dei giornalisti rispetto alla media dei lavoratori italiani – non a caso sono dotati di un «ordine professionale», come i medici, gli avvocati o gli architetti – le ragioni di questa estrema protesta sono straordinariamente «comuni». Da un anno e mezzo il contratto nazionale di lavoro è scaduto; il numero dei precari ha ormai largamente superato quello degli «stabilizzati»; i «padroni» non hanno accettato neppure di cominciare un negoziato; il governo non si è ancora mosso concretamente, nonostante un messaggio alquanto esplicito lanciato dal presidente della repubblica, Giorgio Napolitano.
Anche le forme di mobilitazione stanno diventando sempre più «ordinarie». Sciopero a parte, infatti, cominciano anche i «picchetti», o presidi che dir si voglia. Ieri, per esempio, centinaia di giornalisti, guidati dal segretario nazionale Fnsi, Paolo Serventi Longhi, si sono dati appuntamento davanti alla sede centrale del gruppo Rieffeser, a Bologna. Il gruppo che edita Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno, Quotidiano Nazionale, si distingue infatti per «comportamenti antisindacali». In pratica, grazie al concorso di pochi professionisti «flessibili», fanno uscire il giornale anche durante gli scioperi. Come ci riescono? «Chiedono ai collaboratori – quelli senza contratto o un contrattino a termine, ndr – di entrare, con un sottile ma esplicito ricatto nei confronti di chi è più debole». Persone, e colleghi, che «vogliamo vedere in faccia», spiegava serio Serventi Longhi, dando l’appuntamento.
Se non si stesse parlando di una categoria «privilegiata» sembrerebbe una scena di classica «lotta di classe». Anche se, sfogliando i giornali di tutti i giorni, si fatica – obiettivamente – a ritrovare qualche forma di solidarietà almeno concettuale nei confronti di categorie di lavoratori meno illuminate dai riflettori.
Il fatto è che il mito della «libera professione», e la manifesta opulenza di alcune «grandi firme» dai contratti miliardari, mascherano alquanto la realtà quotidiana dei lavoratori dell’informazione. Dei 15.728 giornalisti iscritti all’Inpgi nel 2005, infatti, quasi il 90% dichiara redditi inferiori ai 25.000 euro. Solo l’8,81 – 1.385 unità – dichiara tra i 25 e i 50.000 euro; mentre una sparutissima minoranza (317) oscilla tra questa cifra e gli 80.000. Rarissimi, infine, quelli ancora più «ceto medio»: 47 sfiorano la soglia dei 100.000 euro, 65 viaggiano tra questa e i 150.000 e solo 37 «paperoni» la superano. La base della piramide registra invece ben 2.048 giornalisti a reddito zero; e comunque 8.189, oltre la metà, al di sotto dei 5.000. Conti complicati, come sempre. Uno studio della stessa Inpgi mostra come i 7.370 giornalisti della carta stampata abbiano goduto – nel 2005 – di una retribuzione media lorda intorno ai 60.400 euro annui. Non ma le, ma comunque in diminuzione rispetto ai 61.000 dell’anno precedente. Lo studio dimostra insomma la falsità della giustificazione avanzata dalla Fieg per non aprire le trattative: «non siamo più in grado di sopportare gli oneri derivanti dagli automatismi contrattuali». Che sarebbero gli aumenti periodici di anzianità.
Aumenti che non esistono più, spiegano molti colleghi. Di fatto scatti di anzianità e indennità per vacanza contrattuale vengono più che riassorbiti col turnover, come dimostra proprio la diminuzione della retribuzione «media»: i giornalisti anziani, con gli stipendi più alti, vanno in pensione; quelli che entrano vanno al minimo sindacale, quando va bene.
La realtà quotidiana parla invece e soprattutto di precariato. Non solo nelle piccole testate di provincia, ma anche nelle grandi testate nazionali. La rete di collaboratori locali di Rieffeser – per tornare all’esempio del «cattivo» della giornata di ieri – riceverebbe un «fisso» di 2 o 3 euro a notizia (le «brevi» di poche righe). Ma le voci parlano di tariffe simili – 4 euro – anche per «pezzi» più lunghi acquistati da alcune delle testate più note.
La posta in gioco ci viene chiarita da un collega molto navigato: «gli editori non vogliono più alcun contratto collettivo e nazionale». Una posizione che prova a farsi strada anche grazie alle notevoli differenze di «stazza» e fatturato tra le diverse testate. Ma che «dimentica» la realtà dei profitti crescenti che finiscono in tasca agli editori. Nelle 59 imprese oggetto di un’indagine Fieg (fatta dai «padroni», insomma) nel 2004 sono stati realizzati utili per 327 milioni di euro, il 24,8% in più rispetto al 2003. Il quale a sua volta aveva fatto registrare 262,7 milioni di guadagno, un altro 16,5% sopra il livello del 2002. Nonostante questo, gli editori hanno proposto una loro contro-piattaforma da prendere o lasciare: 45 punti che, sommati, sono «volti a tagliare del 30% gli stipendi base e a ridurre le pensioni». Forse non è più – tranne che per qualche «paperone» – un lavoro così «diverso».