«Scambio di prigionieri o Israele avrà le ossa rotte»

Dall’altra parte del telefono si alternano le voci di due esponenti del gruppo politico Hezbollah, il primo è El Krain, direttore della televisione satellitare Al Manar, la tv che fa riferimento al partito politico degli Hezbollah, rappresentato nel parlamento libanese: «Al Manar significa Il faro. L’attuale conflitto, l’invasione di Israele e i bombardamenti indiscriminati sulla città di Beirut hanno quasi distrutto la nostra tv e completamente distrutto il faro del porto di Beirut; colpi simbolici, non so se volontari o deliberati da parte israeliana. Di sicuro volontaria è l’uccisione degli osservatori dell’Onu nel sud del paese. Persone che noi conoscevamo bene e che sapevano che Hezbollah significa difesa armata del territorio ma anche assistenza medica e sociale ai giovani e agli anziani, là dove il fatiscente stato libanese non arriva. Non sarà certo l’esercito nazionale libanese, che è costituito da truppe incerte e disorganizzate, a muovere un dito per tener fronte all’invasore israeliano. Poi ci sono quelli che remano contro di noi, come se rappresentassimo delle anomalie all’interno della repubblica democratica del Libano: non mi riferisco certo al generale cristiano Michel Aoun, il quale rappresenta, da parte cristiana, ciò che anche noi sciiti vogliamo, stessa onestà, stesso patriottismo.
Lei lavora in televisione, mi dica allora se, secondo lei, quanto sta avvenendo – bombe mirate di alta tecnologia americana sulle nostre antenne di trasmissione – siano un esempio di democrazia televisiva. Conosciamo bene la realtà italiana: salvo rare eccezioni, stampa e televisione sono imbavagliate, si parla di vittorie nazionali e mondiali di calcio, corruzione nel calcio, di giustizia altalenante nel calcio. Quel poco che si legge sul conflitto di questi giorni è sempre visto attraverso gli occhi del corrispondente che guardano dal sud, da Israele, ingigantendo i problemi di quel paese come se fossero delle vittime e non degli artefici della tragica situazione attuale. Mi fa specie poi che l’Italia, tradizionalmente attenta ai valori cristiani e universali della vita umana, non rilevi il fatto che tra centinaia di morti libanesi, diverse decine siano dei bambini innocenti. È inoltre diffuso il concetto che un morto musulmano non valga quanto un morto cristiano o ebreo. Questo è un razzismo non solo fisico ma metafisico ed anche, mi sia consentito, un qualcosa di più di quello che quotidianamente l’islamico osservante legge come rimprovero da certi occidentali: la non appartenenza alla stessa specie umana di chi ha la barba lunga e si veste in modo esotico per serie credenze, non per scherzo».
Il tono di voce è spedito e sicuro di sé anche se, a volte, rotto da pensose riflessioni. Prima di passare la linea all’altro interlocutore telefonico, El Krain aggiunge: «Noi Hezbollah siamo un partito politico che svolge delle attività umanitarie, religiose, politiche, parlamentari, di educazione nelle scuole coraniche e, naturalmente, di informazione attraverso i giornali, i libri, la televisione che da tanti anni ho l’onore di dirigere. Anche in questi momenti in cui trasmettere è difficile, se non impossibile, continuiamo per questa via pacifica di presenza culturale, che si integra con quella della diplomazia e, per chi è sordo alle parole, con le armi e il sacrificio di militanti: i nostri sono gli unici che hanno la volontà e il coraggio di difendere il territorio del Libano».
La linea passa a Fadlallah, leader storico del movimento ora capitanato dallo sceicco Nasrallah: «Ricordo che ci siamo incontrati per un’intervista dopo la preghiera del venerdì a Teheran, poi, ci siamo rivisti a Beirut negli ultimi giorni del Governo Aoun, prima della sua caduta e della presenza siriana. C’è stata occasione di un concreto segno di solidarietà con la liberazione di prigionieri da entrambe le parti, questo è lo spirito di partecipazione e di appartenenza di Hezbollah alla nazione libanese. La nostra fede in Dio ci permette di difenderci rispetto alla invasione israeliana e il conflitto impari – se si pensa di valutare il conflitto solo nel numero dei soldati – dei carri armati e delle bombe. In realtà i nostri militanti, solo qualche migliaio, muniti di mezzi bellici modesti, sono animati dalla fede e dall’amore di patria: resistiamo e resisteremo, e oltre le linee continueremo a combattere come si fa in Iraq, in Palestina e in Afghanistan. Chiediamo lo scambio dei prigionieri fisicamente interi, se no, i soldati israeliani torneranno a casa a pezzi, la loro testa brandita dai nostri militanti, come già fecero alcuni anni fa. Anche lì, se si vuol parlare di estetica, era la stessa dello scultore italiano: il Canova con Perseo che brandisce la testa della medusa. Non so se quella è un’estetica del bello o del brutto, ma certo è che accomuna una volta tanto i tre grandi monoteismi».