«Sbagliato prevedere il criterio del reddito»

Ennio Codini è professore di Istituzioni di Diritto pubblico all’università cattolica di Milano e esperto della Fondazione Ismu, per la quale ha curato il «Libro bianco sulla cittadinanza».

Professore, l’Italia riconosce finalmente di essere un paese di immigrazione?

Si tratta in effetti di una riforma molto importante e a lungo attesa. Se il disegno di legge verrà approvato, l’ordinamento italiano si avvicinerà agli ordinamenti che si basano sullo ius soli, tradizionalmente adottato dai paesi di immigrazione. Mentre lo ius sanguinis è tipico dei paesi a forte emigrazione.

Ritiene che il progetto sia sufficientemente coraggioso?

A mio parere l’elemento più criticabile è quello di indicare il reddito come elemento rilevante per l’acquisizione della cittadinanza.

Perché?

Perché l’acquisizione della cittadinanza significa anzitutto conferimento dei diritti politici, e nell’esperienza del nostro paese come in quello di tutte le democrazie non è il reddito a determinare il diritto a partecipare alla vita pubblica. Quel criterio vale oltretutto anche per conferire la cittadinanza ai bambini che nascono in Italia. Cosicché i figli di italiani avrebbero i diritti politici a prescindere dal reddito dei genitori. Per i figli dello straniero, invece, si prevederebbe questa verifica. E qui siamo molto distanti dal criterio dello ius soli: negli Stati uniti anche il figlio della più povera famiglia immigrata è cittadino americano.

In passato lei aveva avanzato una proposta: riconoscere la cittadinanza ai figli degli stranieri nati in Italia una volta iniziato il percorso scolastico, indipendentemente dalla situazione del permesso di soggiorno dei genitori.

In effetti mi sembra più coerente riconoscere che chi frequenta la società italiana – e la scuola è un parametro di partecipazione misurabile – ha tutti gli elementi per diventare italiano, aldilà della condizione dei propri genitori. In questo disegno di legge, la scuola viene valorizzata solo per i minori stranieri che non sono nati in Italia. Bene, ma poi anche in questo caso si richiede il requisito della regolarità e del reddito dei genitori. E questo è un altro controsenso, visto che la legislazione italiana prevede l’istruzione obbligatoria anche per i figli degli stranieri irregolari. Immaginiamo: due minori stranieri che frequentano lo stesso ciclo scolastico. Alla fine, uno può diventare italiano perché i genitori hanno una determinata caratteristica di reddito e di regolarità. L’altro no. Che senso ha?

Probabilmente ci si preoccupa di non facilitare il ricongiungimento famigliare dei genitori irregolari con il figlio che, avendo frequentato la scuola, acquisisce la cittadinanza

Sicuramente. In effetti c’è sempre questo problema, e non solo in Italia: le riforme delle leggi sulla cittadinanza sono segnate dalla preoccupazione di contrastare l’immigrazione clandestina. E purtroppo le condiziona negativamente, anche se mi rendo conto che il politicamente problema esiste.

Probabilmente, a sinistra, si scateneranno polemiche sulla certificazione delle competenze linguistiche e culturali. Secondo lei perché c’è maggior pudore a chiedere questi accertamenti piuttosto che criteri di reddito?

In effetti si avverte questa difficoltà. Io personalmente sono del tutto d’accordo sul fatto che la cittadinanza vada presa sul serio e quindi che chi vuole diventare cittadino italiano si prepari, segua un percorso. Certo, bisogna discutere come si misurano le competenze linguistiche, come evitare che diventi una discriminazione nei confronti degli immigrati di più basso livello culturale e così via. Ma se dovessi decidere io, chiederei al futuro cittadino se sa parlare italiano e non quanto guadagna: d’altronde proprio l’emigrazione italiana ci parla di persone poverissime che parteciperanno più che degnamente alla vita pubblica dei paesi di accoglienza. Se devo votare il mio reddito conta poco, mentre conta che io possa seguire un dibattito in tv.

Crede che l’opinione pubblica italiana sia pronta a questa riforma?

Io penso di sì. Credo che l’opinione pubblica sia molto preoccupata della disciplina dell’ingresso e del soggiorno degli stranieri. Una volta che l’immigrato è regolare agli occhi dell’immigrato medio l’acquisizione della cittadinanza non viene visto come un passaggio particolarmente importante.