Saramago: «Immortali? Si salvi chi può»

Ottantatre anni, il fisico asciutto e svelto dei suoi avi contadini, lo sguardo limpido – appena offuscato, di tanto in tanto, da una scheggia d’ombra pensosa – di chi attraversa la vita portando con sé il regalo di un grande, giovane amore: José Saramago abbraccia la moglie Pilar, ne accarezza le mani, ne cerca la complicità. Quasi a scusarsi d’averla assillata, mentre scriveva questo suo ultimo libro, «con le lente cantate di Leonard Cohen o i quartetti di Béla Bartók» che invadevano la casa di Lanzarote scivolando dalla scala a chiocciola dello studio-mansarda. L’ultimo libro, appunto. Un testamento spirituale e letterario perché – confessa il Premio Nobel senza apparente dolore – «ha forse segnato l’arrivo del giorno in cui non ho più nulla da dire».

S’intitola Le intermittenze della morte questo romanzo, edito in Italia da Einaudi (pp. 206, e17), che Saramago ha presentato all’Europa nella sua Lisbona. Storia che, come spesso nelle opere dello scrittore portoghese, parte da un’«idea-catapulta»: in un paese immaginario, improvvisamente, la morte smette di uccidere lasciando la gente in una sorta d’eternità transitoria che manda in corto circuito le istituzioni, mette in crisi la Chiesa, illude provvisoriamente gli ingenui per poi gettarli nello sconforto più profondo. Un universo capovolto, insomma: come un firmamento che si rifletta nello specchio d’un lago e perda, per chi lo guarda, i consueti punti di riferimento. Sino a quando in un intreccio di humour nero, paradossi, drammi, implacabile logicità di cause ed effetti, la morte torna al suo lavoro. Ma l’Atropo dagli atteggiamenti meccanici, la fredda contabile delle lapidi, ha una défaillance emotiva: ora è un essere dolente, incalzata da un sentimento. Thanatos ed Eros, una lotta impari tra poesia della speranza e impossibile immortalità.

Tra i tanti temi proposti dal libro s’affaccia con prepotenza quello che, forse, più assilla la società moderna: la paura d’invecchiare e di morire.
«La vicenda si svolge in un paese di fantasia e anche i personaggi sono senza un nome perché oggi i nomi non hanno più importanza. Contano semmai i numeri: quelli della carta di credito. Noi, la società, abbiamo paura della vecchiaia più ancora che della morte: possiamo utilizzare la chirurgia estetica, la cosmesi per illuderci, ma dobbiamo arrenderci all’idea che non è possibile rinviare d’un solo secondo la nostra fine».

Paura della vecchiaia: nel suo libro lei parla delle «dimore del felice occaso», eufemistici ospizi dove vengono messi gli anziani che la morte in sciopero ha rispamiato e che, comunque, continuano a viaggiare verso la senilità più devastante.
«È un segno del nostro tempo: eliminare i vecchi dal paesaggio della nostra vita. Li chiudiamo in quei luoghi dove entrano in una sorta di invisibilità che è il vero inizio della morte».

Il filo rosso che percorre tutto il libro sembra essere questo: viviamo per morire e non vivremmo se non ci fosse la morte.
«L’immortalità sarebbe terribile. Ci pensi: 20 anni d’infanzia, 50 di adolescenza, 90 di maturità. Meglio non immaginare neppure una vecchiaia così estrema. La vita è organizzata come le onde del mare: l’una segue inesorabilmente l’altra. E, poi, morire non è un atto d’eroismo, ma una cosa normale. La mia morte, insomma, è nata con me. Quando mi ucciderà non potrà più uccidere nessun altro. È solo mia, intrasmissibile».

Nelle «Intermittenze della morte» lei, oltre a mettere sotto accusa l’ottusa boria dei politici e l’accondiscendenza dei mass media, punta il dito sulla Chiesa sostenendo che è proprio la morte, la paura della morte da parte dell’uomo, a renderne duraturo il potere nel tempo.
«Ci pensi. La Chiesa ha bisogno della morte per vivere: senza la morte non ci sarebbe Chiesa, perché non ci sarebbe Resurrezione. E così la religione si alimenta della fine dell’uomo, fonda su essa il suo monumento teologico e repressivo».

Nel romanzo ha un forte peso la presenza della mafia, che lei scrive sarcasticamente «maphia», capace di adeguarsi alle diverse circostanze. Prima, durante lo sciopero della morte, portando la gente, con un fruttuoso contrabbando, a morire oltre frontiera. Poi, con il ritorno alla normalità, imponendo il «pizzo» alle rifiorite imprese di pompe funebri.
«Questa “maphia”, certo, non ha nulla a che vedere con la Sicilia o la Calabria: è il simbolo del crimine organizzato che governa il mondo. Droga, prostituzione, traffico di carne umana».

Lei ha sostenuto: «Non sono io a essere pessimista, è il mondo che è pessimo…».
«Penso alle Canarie, dove vivo da anni: le poche miglia che ci separano dalla Mauritania sono in cimitero di almeno 3 mila persone che fuggivano dalla miseria e si sono rovesciate con i loro barconi. Gente nata in questo pianeta per non vivere».

A proposito di immigrazione: in Francia, proprio in queste ore, divampa la protesta delle banlieues.
«Parigi, Parigi. Quando sono nato io e l’aspettativa di vita, nel mio paesino, arrivava a 33 anni, era la seconda città portoghese dopo Lisbona. Siamo stati un popolo di emigranti. Secondo me bisogna cercare di comprendere le ragioni di questo disagio scoppiato nelle periferie abbandonate a se stesse. E l’Europa? Che cosa fa per migliorare certe situazioni?».

Nel racconto i primi a rendersi conto di quanto sia fatua l’ubriacatura d’eternità che colpisce una società improvvisamente senza morte sono i contadini che, di notte, varcano la frontiera perché il più anziano di loro possa finalmente liberarsi da questa morte sospesa e andarsene in pace. Sembra la rivalutazione della vita semplice, essenziale. Come quando lei ricorda: l’«uomo più saggio che ho conosciuto non sapeva né leggere né scrivere: mio nonno».
«Chiunque conosca la mia storia lo sa: sono un creatore di personaggi, ma anche loro creatura. Il vecchio che nel romanzo dice “voglio morire” è probabilmente il mio vecchio Jeronimo».

Il libro si divide in due «tempi». Il primo descrive il caos che deriva dallo sciopero della morte e dal suo improvviso ritorno al lavoro. Il secondo narra della grande falciatrice che veste di carne il suo scheletro e scende in mezzo alla gente come donna. Qual è la parte che più si è «divertito» a scrivere?
«Quella iniziale, certamente. Quando si parla direttamente della morte la faccenda non è più uno scherzo. Mica si può ridere di lei: è sempre lei che ride di noi, alla fine. La storia raccontata dal romanzo, con Atropo di fronte alla scoperta del sentimento, ricambiato, per l’unico uomo che casualmente l’ha beffata e non muore alla data stabilita, fatte le debite proporzioni è un po’ come la vicenda del Paradiso terrestre: tutto diventa serio dopo che Eva fa mangiare la mela a Adamo».

Perché ha deciso di attribuire alla morte una figura di donna?
(Ride) «Molto banalmente perché in portoghese, come in italiano, del resto, questa parola è femminile. In tedesco il termine è maschile: sarà un bel problema per i traduttori spiegare che non si tratta d’un rapporto con risvolti gay…».

Torniamo all’attualità: lei è un intellettuale da sempre impegnato a sinistra che ha vissuto anche l’esperienza della clandestinità. Come vede la situazione del suo Portogallo dove, tra l’altro, a inizio 2006, si terranno le elezioni presidenziali?
«Io sono e resto ormonalmente comunista. Quanto all’impegno, mi lasci dire una cosa: noi scrittori siamo un po’ come buffoni di corte perché la libertà di parola è quella che compromette meno. Ben più impegnativo è conquistarsi la libertà di fare. Il mio paese? Sembra che la sinistra, qui come altrove, non abbia idee e, quindi, sia incapace di unità: quattro candidati contro uno della destra. Ma ciò che mi preoccupa di più è l’apatia della gente. Un tempo potevamo consolarci guardandoci alle spalle e dicendo: “Meno male che c’è la Grecia”. Oggi quello che 30 anni fa era lo Stato più combattivo d’Europa vive una preoccupante crisi d’indifferenza».