Saramago, Coetzee, Walcott: ecco la letteratura resistente

Dove va, come sta la letteratura nell’epocale passaggio da Gutenberg al byte, dalle narrazioni distese e continue alle ipercinetiche e fratte? Ebbene, tutto sommato, pare se la cavi non male. Molto meglio, per fare un confronto congruo, delle sempre più disorientate arti visive post-duchampiane (questi ultimi novant’anni).
Ma andiamo con ordine. Dando innanzitutto un’occhiata al paesaggio che circonda la letteratura, al brodo di schegge e frammenti in cui ormai l’individuo è fin dalla nascita immerso. Lo sterminato impero internettiano, coi suoi varchi e finestre, passaggi, reti onnivore e onniazzeranti. L’informazione dei media televisivi, con la loro parcellizzazione continua (vedi i lodati notiziari della Bbc, o della Cnn), con il loro annichilimento di ogni spessore e riflessività, con la notizia affettata, oltre che dallo spot, dall’ansioso incunearsi di velocissimi diaframmi iconici e fonici, di assillanti weather forecast che servono solo a disintegrare ogni continuum. Le narrazioni sportive rinarrate dalla tv: il calcio, anch’esso spappolato dalla frammentazione e dal sopravvento di elementi estrinseci. Il cinema, sempre più rassegnato a un hollywoodiano isterismo narrativo. I frammentatissimi videogiochi. O i comics: per parlare di narrazioni non primarie (e dunque meno sorvegliate) ove ancora più impressionante appare l’abisso tra prima e dopo. Un lettore che si sia fermato ai codici narrativi dei fumetti classici, i vari Flash Gordon o Superman, Donald Duck o Mickey Mouse, non riesce neppure a leggere un odierno manga giapponese (un Dragonball, un Gotaman). Si insabbia negli inauditi scorci metaforico-sineddotici, nei salti discronici, nella indigeribile muraglia onomatopeica di rumble, di sbam, di whoom; nella ripetitività senza respiro: identica a quella, per rifarci al cinema, che Quentin Tarantino sciorina implacabile nel film-anime Kill Bill.
Tutto ciò – reti e altre reti, cinema, video, comics – in perfetta sintonia con una ipersocietà fatta anch’essa di eccedenza di input e zappizzazione, discontinuità dei sensi e delle prospettive: si pensi alla frammentarietà coatta delle esperienze lavorative di molti giovani tra lavori interinali e episodici, supplenze e precariati a vita. Epperò – come dicevamo – in questo paesaggio di instabilità e discontinuità, la letteratura sembrerebbe essersi miracolosamente salvata, rivelando (confermando?) la grande capacità di resistenza della sua civiltà dei papiri alla frenesia dell’infotainment, il mostruoso ibrido di informazione e spettacolo. Di più: da tempo la letteratura sta surrogando la politica, divenendo uno degli ultimi luoghi possibili di certi discorsi qualificanti della polis: quali la partecipazione, la riflessione, la critica, l’etica. Ciò per due motivi. Uno, la secolare, arrogante indifferenza del potere per le valenze di denuncia sociale e civile della letteratura. Due, perché la politica sembra sempre più adeguarsi all’impero dell’eterno presente e della velocità, rinnegando ogni tensione utopica ed etica, ogni altrove della mente, in nome di una ansiosa corsa fatta di riallineamenti e «continue discontinuità» (Pound: The age demanded an image / of its accelerated grimace: l’età pronta a follia / era per la fotografia / veloce di sua smorfia).
Come che sia, la libertà di manovra elargita alla letteratura le ha lasciato il privilegio (e il peso) di toccare nel vivo quei punti dolenti della società da cui le anestetizzate narrazioni ufficiali si tengono accuratamente alla larga. O di cui parlano con un linguaggio sempre uguale a se stesso, svilito. Temi di sangue come la genesi profonda (l’ingiustizia) di tutti i terrorismi planetari (altro che «guerra al terrorismo»). La cancrena della diseguaglianza e della povertà. L’asservimento della farmacologia e della medicina all’etica del lucro infinito. Lo sfruttamento unilaterale del pianeta comune chiamato «terra».
Ma sarebbe sviante ritenere che la valenza politica della letteratura dipenda dai contenuti. In realtà essa deriva principalmente dalla capacità oppositiva della letteratura in quanto tale. Il linguaggio della letteratura, la permanenza e resistenza della forma libro sono in sé scandalo. La lenta riflessione di quei carbonari detti «lettori», i quali sottraggono tempo e velocità alla dittatura dell’ipercinetico e fratto, è in sé sovversione. Così, un romanziere come Saramago non è tanto politico perché non perde il vizio di ricordarci i sommersi; o di mostrarci il sangue delle gerarchie umane (Cecità) e divine (Il Vangelo secondo Gesù). È inguaribilmente politico perché scrive grande letteratura. Ugualmente il sudafricano Coetzee. Non è politico semplicemente in virtù della sua accorata, «inopportuna» messa a nudo del dolore delle creature seconde (Vergogna). Se non avesse il passaporto della grande letteratura, le sue parole politiche ricadrebbero nella gran confusione di suoni e rumori dell’infotainment. Ancora. Il tragico ritratto che il giovane anglopachistano Nadeem Aslam ci dà (Mappe per amanti dispersi) di una cultura lacerata tra terribilità dell’(amato) Islam e terribilità dell’(amato) occidente non avrebbe forza se non fosse grande letteratura. La dedizione del «chierico» Aslam al lento mistero della letteratura (e la corrispettiva lenta dedizione dei suoi lettori) sarà in sé – a prescindere dai contenuti – un attentato alla dittatura della velocità e degli slogan.
Il romanzo in versi Omeros, del caraibico Walcott, è politico non solo perché svela tutta l’ambiguità delle doppie patrie postcoloniali, ma per il grandioso respiro epico che meravigliosamente si oppone ai nostri tempi di prosaica rincorsa al profitto. L’arioso romanzo Il signor Mani, dell’israeliano Yehoshua, sarà politico non per avere scavato le radici di una famiglia ebraica la cui storia si intreccia con quella di Israele, ma per avere, con le sue pagine, fatto germogliare di nuova vita le grandi sorgive umanistiche di Joyce e Faulkner. Addirittura, un Vikram Seth scriverà un potente atto di sfida alla dittatura della velocità per il solo fatto di darci un libro (The Golden Gate) che si rifà arditamente al romanzo in versi Evgenij Onegin di Puskin, con i suoi perfetti sonetti elisabettiani intessuti di tetrametri giambici e rima.
Ovviamente, quando diciamo letteratura, intendiamo la grande letteratura, non tutta la letteratura. Quella ridotta porzione ancora capace di opposizione utopica, mitica, etica allo strapotere dell’eterno presente merceologico. Quella che, in fondo, poco ha in comune con il misto fiume della letteratura di consumo: non utopica, non mitica, non oppositiva ma deferente e gregaria ai tempi.Altrettanto ovviamente distinguere la letteratura dalla non letteratura è impresa rischiosa. Sappiamo che ciò che è stato un tempo ritenuto grande letteratura non è detto lo sia tuttora. O che la stessa produzione di un grande scrittore non sempre è grande: sovente decade, entra in necrosi creativa, soggiace al soffocante abbraccio del sistema mediatico. Grandi scrittori come Philip Roth, Ian Mc Ewan, Salman Rushdie, una volta raggiunta la fama hanno tristemente sopito il furore creativo che bruciava in loro. Autori passati dalla solitudine dello scrittore al frastuono degli eventi letterari. Grandi alberi che danno sempre più spesso rami morti.
Ma, ciononostante, è oggi necessario, addirittura vitale, che un giudizio di valore venga rischiato. Il non rischiare, il non giudizio, l’indifferenziazione sono infatti ciò che contraddistingue l’eterno presente, la piatta distesa dell’infotainment. Il pericolo non è oggi quello di una crociana distinzione tra «poesia e non poesia», ma, al contrario, il non giudizio. Paradossalmente, una delle poche forme rivoluzionarie rimaste (o, meglio, di rivoluzionaria conservazione) è la grande letteratura. Non la corriva produzione letteraria che platealmente insegue la velocità dell’oggi, ma appunto quella che si rifà alla durata della civiltà dei papiri, alla sua lenta, ostinata riflessività, ai tempi di applicazione dei «lettori di papiri». Una antica scheggia rivoluzionaria confitta nella dittatura del conformismo, dell’eterno presente, del dato.