Sapremo liberarci dell’ideologia della destra?

Ora che la destra è stata sconfitta elettoralmente, sia pure di stretta misura, come liberarci dal suo lascito più radicato e pernicioso, vale a dire il berlusconismo? Il dibattito e la domanda che ne è alla base sono tutt’altro che nuovi.
Tentare di rispondere presuppone anzitutto una condizione e una speranza: che vi sia una sinistra pensosa, oltre che radicale, che consideri una questione di vita o di morte soffermarsi a riflettere sulle mutazioni che hanno investito la cultura e l’anima del nostro paese; e che abbia la volontà di fare, dell’esito di questa riflessione, una bussola per il suo orientamento politico. Il che non è del tutto scontato, se è vero che ciò che chiamiamo “berlusconismo” è stato anche una pedagogia, un’educazione delle masse, che ha finito per contaminare, in qualche misura, lo stile di pensiero e il costume dello stesso centro-sinistra.

Sul piano dell’analisi, conviene, per cominciare, chiarire alcune questioni concettuali. Quella cultura – intesa in senso antropologico – che sommariamente e polemicamente definiamo berlusconismo si è potuta diffondere e radicare perché ha saputo interpretare, dar voce, far emergere una delle tendenze che connotano profondamente la storia nazionale, il suo immaginario, il suo sentire e agire collettivi: vale a dire quel mélange d’individualismo, cinismo, debolezza del senso civico, assenza di rigore etico e intellettuale, sul quale si sono versati fiumi d’inchiostro. Se lo ha potuto fare, è perché la globalizzazione, le trasformazioni e i processi della surmodernité (per riprendere una nozione dell’antropologo Marc Augé) hanno reso più agevole il suo compito. Il berlusconismo, infatti, può essere letto come un’espressione fra le altre della “società dello spettacolo”, descritta con impressionante lucidità profetica, nel lontano 1967, da Guy Debord, il quale racchiudeva in quella formula le trasformazioni del costume, dell’ambiente umano e sociale determinatesi nel passaggio epocale dall’avere all’apparire, cioè al non-essere (seguito al passaggio, altrettanto epocale, dall’essere all’avere).

La televisione berlusconiana ha di sicuro contribuito potentemente a far emergere ed esaltare quelle trasformazioni, in buona misura già venute a maturazione grazie a processi strutturali di portata globale e che hanno prodotto effetti visibili soprattutto nel Nord del paese. Un pubblico involgarito e deculturato da migliaia di ore di tivvù-spazzatura non è facilmente propenso ad occuparsi dell’essere, vale a dire di temi quali il futuro del paese, la guerra permanente, l’ingiustizia sociale e il razzismo, la disoccupazione e la precarizzazione del lavoro, l’ingerenza e il potere clericali, la discriminazione delle donne, la disgregazione sociale… In un paese in cui il tasso di analfabetismo è pari a quello di alcuni paesi del Terzo mondo, in cui il settanta per cento dei cittadini non legge quotidiani a causa di difficoltà linguistiche e cognitive, ciò si traduce nell’indebolimento della capacità collettiva di pensiero e di comunicazione. Un fenomeno, questo, che può essere colto in tutta la sua pregnanza da chi (fra gli altri, colei che scrive) non veda la tivvù da un decennio: di cosa conversare con gli amici, perfino i più colti, se ogni conversazione, anche politica, trae spunto da questa o quella trasmissione televisiva? Come comprendere fino in fondo questo o quell’articolo di un certo quotidiano, se pretende di far cronaca politica basandosi solo su fonti televisive che tu non conosci?