«Sappiamo di aver ragione e di essere soli. Come nel 1977»

Intervista a Maurizio Zipponi, segretario della Fiom di Milano che 28 anni fa partecipò allo sciopero che cacciò Andreotti

Nel 1977 Maurizio Zipponi aveva 22 anni e allo sciopero nazionale dei metalmeccanici del 2 dicembre a Roma che contribuì non poco alle dimissioni del governo Andreotti del gennaio successivo, ci andò «in calzoncini corti, ma ci andai». Oggi sarà di nuovo in piazza, come segretario generale della Fiom di Milano, per un altro sciopero generale delle tute blu.

Ci sono analogie fra questo sciopero e quello di 28 anni fa, passato alla storia per gli effetti che ha avuto sulla vita politica dell’Italia di allora?

Guarda, mi ricordo che a Roma alle 4 del mattino faceva un freddo cane e che noi ci sentivamo completamente isolati. Solidali fra noi, ma soli. Solo il giorno dopo capimmo quanto era stata dirompente la nostra manifestazione. Ma perché lo fu? Perché a qualcuno, e cioè il Pci, suonò il campanello d’allarme e intuì che un ceto politico non esiste se non intercetta il conflitto sociale. Lo capì anche parte del mondo cattolico, e questa strana commistione (cattolici, comunisti e meccanici) scompaginò di colpo gli equilibri raggiunti nei palazzi romani. Detto questo, non voglio fare paragoni con l’attualità. So solo che nelle assemblee che sto facendo nelle fabbriche sento i lavoratori come mi sentivo io quella mattina a Roma: sicuri di aver ragione, sicuri di non star chiedendo la luna. Ma completamente soli.

Mi pare di capire che la mobilitazione di oggi abbia una valenza sindacale, ma anche una politica. Come legare i due aspetti?

L’aspetto sindacale è una sorta di lotta di liberazione degli ostaggi, dove gli ostaggi sono i metalmeccanici e il sequestratore è Confindustria, che vorrebbe costringere il Paese a nuove e più arretrate regole che porterebbero a contratti di lavoro improntati alla riduzione programmata dei salari. I metalmeccanici hanno bisogno di liberarsi. Poi dobbiamo fare in modo che coloro che si occupano degli equilibri democratici sappiano tutto questo e intervengano nella vertenza per il contratto nazionale. La politica, se vuole contribuire a cambiare le cose, deve fare i conti con il conflitto sociale. Se, invece, vorrà restare semplicemente una contesa fra ceti, finirà travolta. E’ questo il punto di svolta per i prossimi mesi. E ancora una volta, oggettivamente, sono i metalmeccanici a stare sul banco di prova.

Una prova che però dovrà affrontare anche il governo Berlusconi, sempre più senza un’idea di politica industriale e alle prese con una finanziaria che sembra non piacere a nessuno. Ma mentre da molte parti sale il lamento per il suo operato, sono sempre e solo le tute blu a fare le prime azioni concrete. Arriverà mai la famigerata “spallata” a Berlusconi?

Il conflitto sicuramente accelera i processi, sia di sostituzione del ceto politico che di formazione di un nuovo governo. Il punto però è un altro: cosa verrà dopo. Io dico alcune parole: “salario”, “lotta alla precarietà”, “tempo indeterminato” e “democrazia nei luoghi di lavoro”. Sono parole dette per avere il voto dei lavoratori o hanno un valore prioritario per un futuro governo che ambisce a sostituire Berlusconi?