Sanguineti: «Il futuro della cultura? Avanguardia e rivoluzione»

Avanguardia, quindi rivoluzione. I due termini si sono presentati spesso assieme nella storia del Novecento. Non solo i movimenti artistici, persino quelli politici hanno rivendicato a sé il doppio ruolo di avanguardie e di soggetti rivoluzionari. Una mappa, anche approssimativa, delle principali avanguardie letterarie e artistiche – dal futurismo al cubismo all’espressionismo al dadaismo al surrealismo – dimostrerebbe come ognuno di questi movimenti abbia preso le mosse da un atto di cesura e di rivolta contro modelli, tradizioni e regole del passato.
Al ruolo delle avanguardie, al rapporto tra arte e impegno, alla funzione della letteratura nel contesto in cui nasce e agisce, Edoardo Sanguineti ha dedicato studi e saggi, fin da quello noto del 1965, Ideologia e linguaggio. Sull’istanza pratica, rivoluzionaria dell’ideologia continua a lavorare, sia sotto forma di seminari – l’ultimo, ieri a Roma, “Avanguardia e rivoluzione”, – sia nei suoi libri – come nel recente Novecento. Conversazioni sulla cultura del ventesimo secolo – sia con concrete iniziative – come l’adesione, anche se non potrà essere presente, all’incontro organizzato da Rifondazione comunista tra Fausto Bertinotti e gli intellettuali, “La cultura cuore della trasformazione” (martedì a Roma, Residence Ripetta, 15.30).

Avanguardia e rivoluzione, dunque. Due parole che, in verità, nel lessico attuale non godono di buona fortuna. L’una relegata al novero delle espressioni artistiche e letterarie del passato, l’altra alle illusioni, se non alle patologie, del comunismo novecentesco.

«Nel nostro tempo domina un momento di riflusso – dice Sanguineti – il rifiuto delle avanguardie mi pare ormai un fatto generalizzato, anche da parte di chi opera su un terreno di ricerca – circostanza meno frequente in letteratura, di quanto non avvenga nelle arti figurative, in musica, in architettura, in un certo cinema. La letteratura mi sembra molto regressiva, c’è un ritorno all’ordine fin dagli anni Ottanta con una mercificazione sempre più intensa, l’angoscia per il best seller, per la testa delle classifiche, per i top ten. La quantificazione sempre più energica dei risultati della produzione ha fatto sì che la restaurazione veramente trionfasse. Cosa che non stupisce poiché è in parallelo con un quadro politico e ideologico corrispondente. La parola rivoluzione è davvero censurata, non la “porta” più nessuno, come si dice di un abito. La parola “riforma” è stata scippata dalla destra per cui la sinistra è accusata d’essere conservatrice, retrograda e nostalgica, mentre i riformisti sarebbero gli uomini – ahimé! – della Casa delle libertà. Mi pare che esista non un’armonia prestabilita, ma una sorta di fatale congiunzione in quest’orrido tempo. Una censura tanto più efficace in quanto è stata interiorizzata a fondo. Prima d’essere censurati dal potere c’è un’autocensura evidente».

Il potere del mercato di orientare le scelte delle case editrici, di spingere le soluzioni narrative degli scrittori verso le mode e i gusti dominanti, sembra ormai assoluto. Ma non si tratta di un controllo o di una censura grossolana, tanto è vero che la mancanza d’autonomia dell’intellettuale nei confronti delle leggi di mercato viene compensata, in parte, dall’autonomia concessa alle arti nei confronti della politica. C’è una mercificazione dell’arte – come della letteratura, del cinema o della musica – che ne neutralizza e azzera il potenziale critico, pur lasciando all’artista e al singolo intellettuale di pensare politicamente quel che vuole. «L’eteronomia mercantile del prodotto estetico – scriveva Sanguineti già in Ideologia e linguaggio – è risarcita, filosoficamente, dal principio dell’autonomia (sociale e politica) dell’arte». Pensa quel che vuoi di politica, ma produci romanzi, opere, film e musiche che possano essere vendute come merci, che incontrino il favore del pubblico, che figurino bene nelle promozioni televisive, che si conformino ai generi attualmente in voga e così via. «Esiste un margine per la contestazione, più teorico che praticato in concreto. Ma guai se la pratica della contestazione diventa efficace e significativa. Ci si può professare uomini sensibili alle esigenze sociali, ai valori della sinistra, della libertà, alla difesa della Costituzione. Ma la parola “rivoluzione” non la usa più nessuno. Eppure stiamo precipitando verso una situazione in cui la maggioranza del genere umano – al di là della questione nazionale – non ha da perdere che le proprie catene. Basta pensare a continenti come l’Africa, al vicino oriente, a masse di persone nell’America Latina sotto la soglia di sopravvivenza, in condizioni di miseria. La gran parte della popolazione mondiale è proletariato o sottoproletariato sfruttato fino al collo, se non abbandonato. E’ una situazione che minaccia di diventare oggettivamente tale da non ammettere soluzione che in posizioni rivoluzionarie. Ma questa è una posizione ritenuta da tutto il corpo politico, destra o sinistra, semplicemente aberrante. Per essere ancora più espliciti, la formula “proletari di tutto il mondo unitevi” nessuno la sottoscrive più, che io conosca».

Certo, il problema dello sbocco politico dell’arte non può essere risolto per via meccanica, non si può dare per scontato il nesso tra rivoluzione e avanguardie, delle quali non si può dire che abbiano una connotazione di classe per loro natura.

«Le avanguardie nascono fondamentalmente da un senso di rivolta anarchica. La parola giusta è: un sentimento di rivolta. Questo sentimento può finire, ideologicamente, a destra come a sinistra. L’avanguardia può essere Majakovskij o Pound, può essere Céline o Brecht. Ma quello che è importante è il punto di partenza, il sentimento anarchico, l’homme révolté – per usare un’espressione cara ad Albert Camus. Il problema è come trasformare la rivolta in rivoluzione. Quando Andrè Breton, sia pure da posizioni trotskiste e non ortodosse rispetto all’egemonia comunista del tempo, parla del surrealismo come di un movimento al servizio della rivoluzione pone un’esigenza latente o esplicita in gran parte degli intellettuali radicali di sinistra che si riconoscono nel materialismo storico. L’esempio canonico è il grande pensatore Benjamin il quale ha scoperto, per così dire, la rivoluzione come dimensione che concerne le vere avanguardie, in una prospettiva di materialismo storico».

Come si traduce il sentimento anarcoide delle avanguardie nella fattura concreta di romanzi, opere, film e musiche? Se c’è un tratto comune, questo consiste nella proposta di gettare sul mercato prodotti estetici “invendibili”, opere che rompono con le aspettative, le mode, i gusti, le mode e i meccanismi abituali della fruizione. L’opera dell’avanguardia è sempre scandalosa, provoca conflitto.

Tuttavia, è sempre esposta al destino di diventare merce essa stessa, di essere riassorbita dal mercato. «E’ vero, ma è un processo che va considerato nella sua dialettica, come si diceva una volta. E’ vero che le avanguardie, per resistere nella società borghese, finiscono per essere assorbite dal mercato e dal museo. Anche i più radicali, pensiamo ai dadaisti, a Duchamp, arrivano a quotazioni stratosferiche – le loro opere oggi valgono milioni di euro – e trovano posto in tutti i principali musei del mondo. Tuttavia, non è un caso che appena un’avanguardia viene assorbita, subito ne esce fuori un’altra. E, mentre tutto il mondo dice “ormai le avanguardie non hanno più senso”, improvvisamente ogni quindici-venti ritornano. La stessa cosa capita con Marx, periodicamente è stato messo in soffitta e ogni volta, sistematicamente, qualcuno lo tira di nuovo giù». Un esempio? Gramsci, un intellettuale capace di recuperare materiali ideologici dal passato, di rielaborarli e dare risposte ai problemi del proprio tempo. Nel marxismo, nel materialismo storico ha trovato una prospettiva rivoluzionaria in occidente. «Dobbiamo alla sua eredità se in Italia abbiamo avuto il più forte partito comunista dell’occidente. La sua figura ci spinge ancora oggi all’ottimismo della volontà. Per le avanguardie e per la rivoluzione».