Samir Amin: «Illusioni addio, servirà una nuova Bandung»

È nato in Egitto, è cresciuto a Parigi, vive a Dakar: sociologo e economista, Samir Amin, 78 anni, è uno degli intellettuali più importanti del neo-marxismo. Lo abbiamo incontrato a Madrid per la «Conferenza internazionale sulla crisi sistemica del capitalismo» organizzata dall’Università Nomade diretta da Carlos Prieto e ospitata dal Museo Reina Sofia (quello che espone «Guernica»). Carlos Prieto è un intellettuale e un organizzatore politico di grande respiro e il direttore del Reina Sofia, Manolo Borja, è un coraggioso provocatore culturale che non disdegna di uscire dall’arte per ospitare eventi politici di rilievo.
Cosa accadrà nel futuro visibile?
Questa crisi continuerà e diventerà più profonda. Anche se il sistema finanziario venisse restaurato in due o tre anni, la situazione non cambierà, il sistema non uscirà dalla crisi, anzi potrebbe crollare di nuovo. Ci stiamo muovendo verso un periodo simile a quello che si registrò durante il XIX secolo, un periodo di caos, di guerre, di rivoluzioni, di esplosioni.
Parli di cambiamenti violenti.
Di instabilità e di caos. Il punto è: quali sono le possibilità e le condizioni, in questo caos, per avanzare nella lunga strada della transizione verso il socialismo? Potrei dire il comunismo, ma chiamiamolo socialismo globale. E invece di rivoluzioni preferisco dire avanzamenti rivoluzionari, che possono essere sconfitti o preparare a più profondi cambiamenti.
Dove e come?
Piuttosto ottimisticamente direi al sud, dove l’approfondirsi della crisi delegittimerà l’ordine capitalista. C’è chi pensa di poter raggiungere un capitalismo nazionale relativamente autonomo, capace di negoziare con quello che può essere definito l’imperialismo collettivo della triade (Usa, Europa e Giappone). Che è l’illusione della Cina e della sua classe dirigente, ma anche di più l’illusione dell’India e del Brasile.
La Cina può essere parte della soluzione?
La Cina di oggi è parte del problema, ma penso che possa diventare parte della soluzione. Può giocare un ruolo non direi di guida ma di partecipazione attiva nell’obbligare l’imperialismo globale a fare concessioni.
Una nuova egemonia, nel senso gramsciano del termine?
Assolutamente no. Le ipotesi sull’egemonia cinese sono collegate alla lunga storia in cui l’imperialismo è stato declinato al plurale: poteri imperialisti, al plurale, in continuo conflitto tra loro. Ma ora c’è l’imperialismo collettivo della triade. La classe dirigente cinese sa di non avere il potere e la possibilità di diventare egemonica, ciò che vuole è diventare un partner rispettabile. L’approfondirsi della crisi proverà loro che ciò non è possibile, dovranno muoversi verso il ristabilimento di un equilibrio all’interno del loro stesso paese, e poi cercare, insieme il sud, di affrontare il nord faccia a faccia. È il loro progetto: globalizzazione senza egemonia.
Di quale sud parli? Venezuela, Bolivia e Ecuador, cioè paesi con governi considerati radicali, o del sud in quanto tale?
Il sud in quanto tale non è mai esistito, incluso il Brasile, che deve uscire dall’illusione di poter essere accettato come partner rispettabile per gli Usa e per l’imperialismo collettivo, di poter controbilanciare la dipendenza dagli Usa approfondendo la relazione con l’Europa. La lotta di classe e la protesta delle vittime, delle classi popolari, obbligheranno paesi come Cina e Brasile agli «avanzamenti rivoluzionari sulla lunga strada del socialismo». E questo significa, certo sotto nuove circostanze, un remake di Bandung. La conferenza di Bandung (che riunì il «movimento dei non allineati» nel ’55 in Indonesia, ndr) obbligò il sistema imperiale di quei tempi ad adeguarsi, ad aprire margini non solo di manovra ma di libero sviluppo.
Scommetti su una nuova Bandung?
E’ il mio punto principale. Se però non sarà accompagnato anche da avanzamenti – non diciamo rivoluzionari, questa volta – nel nord, particolarmente in Europa, si verificherà una situazione molto pericolosa. Perché? Per la nuova dimensione dei problemi, perché le principali risorse naturali sono oggi abbastanza scarse per non essere più date per garantite. Per poter mantenere la sua opulenza, l’imperialismo non ha più nulla: un finto capitale, finti controlli, super-protezione della cosiddetta proprietà intellettuale, questo e quello… E niente funzionerà, tranne il controllo militare del pianeta.
Una lotta armata per le risorse?
Questo è ciò che la classe dirigente degli Stati uniti ha scelto fin dal 1990, e implementato sistematicamente con Bush padre, Clinton, Bush figlio. E ora con Obama. E gli europei l’hanno accettato, consci di non avere alternative. Lo scontro fra nord e sud è destinato a diventare sempre più aggressivo e non c’è più un’Urss, cioè un altro potere. Il revival della sinistra radicale in Europa diventa decisivo, e oggi l’approfondirsi della crisi ne offre le possibilità.
Possibilità? La sinistra radicale è sparita.
È sparita a causa dell’estrema concentrazione del potere economico e politico nelle mani di quelli che chiamo le oligarchie, cioè Stati uniti Europa e Giappone, che per la prima volta nella storia controllano l’intero sistema economico. Controllano le risorse, la finanza, la tecnologie, la cultura, la politica, in termini elettorali sono i boss sia della sinistra che della destra. Ma adesso c’è spazio per larghe alleanze tra un paese e l’altro, alleanze anti-oligopolistiche e anti-plutocratiche, almeno in Europa. Negli Usa non credo, perché la cultura dello pseudoconsenso lì è dominante. Non è infatti una sorpresa che il G20 sia stato seguito subito dal meeting della Nato, a fine maggio a Strasburgo. Il G20 è stato una totale mascherata, con Obama, Brown, Sarkozy e Merkel in totale accordo su un solo obiettivo, restaurare il sistema finanziario così com’era. E qui arriva la Nato: la sola decisione presa non è quella di cominciare il ritiro dal Medioriente ma di rafforzare la presenza in Afghanistan. Significa che hanno scelto, che Obama ha scelto, la linea dura di Bush.
Scelta temporanea o definitiva? Lo chiedo perche quelle guerre Obama le ha ereditate.
La scelta di Obama, è quella dell’establishment dominante. Bush è stato tanto brutale e stupido da rendere difficile la legittimazione delle sue scelte, Obama non esce da quelle scelte ma le presenta in modo diverso. E’ una persona pericolosa, molto pericolosa, particolarmente per gli europei che nei suoi confronti hanno un atteggiamento così naïf.
Cosa pensi del rapporto della commissione Onu guidata dal premio Nobel Stiglitz?
È stato quello che mi aspettavo: niente. Forse, e dico forse, essi comprendono che restaurare il sistema implica prepararsi a muovere dal dollaro (anzi nemmeno il dollaro ma il «petro-Cia-esercito Usa-Nato-dollaro») verso qualcosa di più utilizzabile. Questa è la parte naïf di Stiglitz, che il capitalismo possa essere benevolo. Gli oligopoli non rinunciano ai superprofitti, eccetto se ne sono costretti.
Chi li può costringere?
Il sud, i movimenti globali, la popolazione del nord.
Anni fa il New York Times chiamò il movimento globale «la seconda superpotenza». Che ora sembra sparita, almeno in occidente.
Volevano appiattirla, per far restare il movimento ciò che era: frammentato, depoliticizzato e per questo poco efficiente, perché la protesta delle vittime continuasse a restare politicamente maneggiabile. Se i movimenti avessero prodotto alternative positive, o una strategia convergente che potrei riassumere in «sconfiggere il Wto e l’esercito americano»…Ma ormai le vittime non sono più soltanto lavoratori che perdono il posto ma anche middle class, o piccole e grandi imprese subordinate a forza dall’oligarchia, attraverso la finanza e l’accesso limitato alle risorse naturali.