Salvate la vita dei soldati, non vogliamo altre medaglie

«Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi», dice una frase fin troppo abusata di Bertold Brecht. Se questo è vero la nostra miseria è chiaramente dimostrata dalla continua ricerca di eroi. Anche quando eroi non lo sono. Quando un paese basa la propria politica estera esclusivamente sull’invio di militari all’estero per proteggere interessi presenti o futuri – che ricordano un atteggiamento del passato coloniale – manifesta una povertà politica suffragata dalla retorica. Il caso iracheno è senza dubbio quello che più ha alimentato il patriottismo nel senso meno esaltante del termine. Tutta la nostra «avventura» irachena è segnata da esaltazioni patriottiche alimentate anche dai lutti causati dalle stragi di militari. Sicuramente la data più nera è stata quella del 12 novembre 2003 quando un camion kamikaze causò la morte di 19 italiani. Militari inviati dal nostro governo in un paese in guerra e non in «missione di pace» come si è sostenuto ipocritamente. Quindi i 18 militari (l’altro era un civile) erano caduti in guerra, non martiri, come si è detto, semplicemente perché purtroppo chi va in guerra deve mettere in conto il peggio che può succedere. Almeno lo devono mettere in conto coloro che li mandano senza garantirne la sicurezza, come è avvenuto per i carabinieri dell’Animal House. E non limitarsi al lutto e al cordoglio quando tornano a casa le bare avvolte nel tricolore.
I soldati impegnati nella missione Antica Babilonia – come ho avuto modo di constatare personalmente – non sempre sono entusiasti di andare a Nassiriya, anche perché considerano quella missione un rischio inutile, nonostante abbiano fatto la scelta di arruolarsi e non si possono quindi rifiutare di partire (dopo che è finito il servizio di leva non ci sono più volontari). I soldati italiani infatti sono quasi sempre barricati nella loro base (ex-aeroporto) ed escono solo per pattugliamenti che spesso comportano delle scaramucce quando non peggio degli incidenti mortali, come purtroppo è successo anche ieri. È chiaro che, contrariamente a quanto la retorica degli italiani brava gente vuol far credere, i nostri militari non sono ben visti a Nassiriya, non lo sono mai stati, perché come tutti gli altri contingenti sono degli occupanti. Ben accetti forse solo dalla tribù che gode della rituale distribuzione di aiuti quando ci sono i giornalisti in visita. Per il resto, i militari non si azzardano a portare i nostri giornalisti embedded nemmeno alla periferia della città. È troppo pericoloso!
L’Iraq è pericoloso per tutti, non solo per i militari, è un paese in guerra. Così ha stabilito anche la commissione militare americana che ha condotto l’inchiesta sulla sparatoria del 4 marzo 2005 e l’uccisione di Nicola Calipari: Mario Lozano ha sparato perché siamo in guerra. Così anche Nicola Calipari è tornato a casa in una bara avvolta nel tricolore ed è stato celebrato come un eroe, sia dalle autorità – che ora l’hanno dimenticato – ma soprattutto dalla gente comune. Calipari era veramente in missione di pace, ha sacrificato la sua vita per salvarne delle altre. Era un servitore dello stato nel senso più nobile del termine. Per questo anche chi non ama la retorica patriottica non può dimenticare l’azione dell’agente del Sismi e ha apprezzato la medaglia d’oro al valor militare concessagli dal presidente della repubblica Ciampi. Quella medaglia – anche di un metallo diverso – richiesta anche dai militari caduti a Nassiriya ma che non hanno potuto ottenerla perché essendo in «missione di pace» non possono aspirare al valor militare. E non hanno avuto diritto nemmeno a quel riconoscimento al valore civile che invece ha ottenuto Quattrocchi. Quei carabinieri non si aspettavano che un’esplosione scatenasse l’inferno, non hanno avuto il tempo di dire «vi faccio vedere come muore un italiano» e forse non l’hanno nemmeno pensato. Forse era più consapevole di essere in guerra, quella privata, Quattrocchi che aveva scelto di andare in Iraq.
La mancanza di altri valori spesso fa ricorrere al patriottismo, al nazionalismo. Una strada pericolosa. E non è escluso che anche tra i cinquecentomila che sono scesi in piazza quel 19 febbraio 2005 per salvarmi la vita ci fossero dei sostenitori della patria italiana e non solo pacifisti. Che loro sì hanno un valore più nobile da difendere mentre sventolano la bandiera arcobaleno. Ma la strada della pace è ancora lunga da percorrere. Almeno potremmo cominciare con l’evitare altri lutti alle famiglie dei militari che si trovano a Nassiriya – ed è possibile – ritirando subito le nostre truppe.