Salari e distribuzione a sinistra

Un incontro tra economisti non omologati al primato del mercato. Per incalzare la sinistra a trovare un’alternativa possibile. Domani, venerdì 30 settembre a Roma, cercheremo di mettere in discussione le ragioni del radicamento ideologico e materiale degli orientamenti neo liberisti nella politica economica italiana ed europea

In tema di distribuzione del reddito in Italia vi sono due questioni che per la loro gravità cominciano a trovare spazio sulla stampa e in alcuni interventi politici, e saranno certamente centrali nel convegno degli economisti di sinistra del 30 settembre. La prima è la questione salariale, e cioè la stagnazione prolungata e addirittura l’erosione del potere d’acquisto delle retribuzioni, che oggi si manifesta anche nella riduzione dei consumi di generi come alimentari e abbigliamento. La seconda è quella della forte crescita delle cosiddette rendite nei settori dei servizi e public utilities. La stagnazione dei salari reali si è aggravata nell’ultimo decennio. Tuttavia è dalla fine degli anni `70 che i salari reali crescono meno della produttività: ciò vale sia per le retribuzioni contrattuali e di fatto nell’industria che nel settore privato nel suo insieme. Nell’ultimo decennio la crescita dei salari reali in Italia è stata sensibilmente inferiore a quelle realizzate in Francia e Germania (e Stati uniti), a fronte di una crescita dei salari monetari uguale a quella di quei paesi. L’andamento di lungo periodo delle retribuzioni dopo la tassazione è ancora peggiore. Le retribuzioni di fatto nell’industria al netto delle imposte raggiungono nel 2000 lo stesso livello che avevano nel 1979, senza che ciò sia stato compensato da una correzione delle distorsioni a sfavore del lavoro dipendente del nostro sistema fiscale, e con una spesa sociale che segna il passo, in termini reali, a partire dagli anni `90.

La crescita del terziario

Si è così determinata una riduzione della quota del reddito da lavoro sul Pil, che passa dal 70% dei primi anni 70 al 59% del 2002. Tuttavia, e qui entriamo nella questione delle «rendite», se guardiamo a come questi redditi da capitale si distribuiscono tra settori, si trova che la quota dei redditi da capitale e il saggio di profitto realizzato sul capitale impiegato cresce a partire dalla metà degli anni `80 nel terziario nel suo insieme portandosi al di sopra di quello realizzato nel settore manifatturiero. La ragione immediata di questo è che i prezzi nei settori del terziario e non esposti alla concorrenza internazionale sono cresciuti più di quelli del prodotto industriale, determinando un aumento del costo, in termini di prodotto industriale, sia di beni e servizi che entrano nel costo della vita dei lavoratori, sia di quelli utilizzati come inputs dal settore industriale. Questo cambiamento nel rapporto tra i prezzi del settore industriale e del settore terziario ha tra le sue cause la diversa pressione esercitata sul prezzo dei prodotti dalla concorrenza internazionale, in presenza di un tasso di inflazione più elevato in Italia che negli altri principali paesi europei, e dai processi di privatizzazione.

L’opinione prevalente che processi di privatizzazione e liberalizzazione avrebbero portato a riduzioni dei costi e dei prezzi nei settori privatizzati si fondava sull’attesa di suoi effetti positivi sulla produttività. Tali incrementi di produttività si sono effettivamente realizzati ma, come è noto, finora non hanno dato i risultatati sperati (forse avventatamente sperati). Non solo, come oggi generalmente riconosciuto, per il sussistere di condizioni di «potere di mercato», ma anche per il necessario emergere di una remunerazione del capitale, una volta che questo sia privatizzato. Ciò significa che quando si ragiona di privatizzazioni debbono essere opportunamente considerati tutti gli effetti. Quanto esposto ha alcune implicazioni di carattere generale.

Per quanto concerne la distribuzione del reddito tra profitti e salari, la situazione descritta comporta un inasprimento del conflitto distributivo nel settore manifatturiero esposto alla concorrenza dei prodotti esteri, nel quale sussiste una pressione a una crescita dei prezzi almeno in linea con quella dei maggiori paesi europei. Ciò a fronte di una crescita dei prezzi interni, e quindi sia degli inputs da altri settori, sia di una parte dei beni salario, maggiore che negli altri paesi europei, e di un declino della propria redditività relativamente ad altri settori. Questo, insieme ad altri elementi di debolezza contrattuale dei lavoratori, determina grandi difficoltà a ottenere incrementi dei salari monetari nell’industria manifatturiera e di conseguenza, per il suo ruolo leader nella contrattazione, in tutto il settore privato. Un’altra possibile conseguenza rilevante della redistribuzione dei profitti verso i settori protetti del terziario è che essa favorisce lo spostamento degli investimenti dalle attività manifatturiere verso attività più redditizie (investimenti finanziari o nella produzione di servizi e public utilities). L’analisi precedente può suggerire alcuni obiettivi della politica economica.

La base sociale della sinistra

Innanzi tutto indica che è urgente e dovuta una redistribuzione del reddito verso tutto il lavoro dipendente – con precedenza dei redditi più bassi. Tale redistribuzione non solo è desiderabile per ragioni di equità, ma potrebbe dare un contributo alla crescita della occupazione, alla ripresa degli investimenti e quindi anche al miglioramento della produttività grazie ai suoi effetti positivi sulla domanda interna.

Intorno a tale obiettivo, così come ad altri a questo connessi (equità fiscale; difesa e sviluppo dello stato sociale; riduzione della precarizzazione del lavoro) a mio parere si possono oggi forse più che in passato aggregare gli interessi del lavoro dipendente sia nel settore pubblico che privato – che deve costituire la base sociale di riferimento per la sinistra. Ciò per la crescente uniformità di condizioni retributive e per il peso che il lavoro variamente precario ha assunto anche nel settore pubblico. Meno chiaro è come sia possibile realizzare tale obiettivo nelle condizioni date di crescente difficoltà del settore a fronte della pressione di una agguerrita concorrenza internazionale.

E’ evidente che un problema di fondo è quello della crescita della produttività e della collocazione dell’Italia nella divisione internazionale del lavoro – con la sottolineatura che è però molto importante anche l’andamento della produttività e dei prezzi nei settori dei servizi che producono beni salario e inputs per il settore manifatturiero. Tuttavia una politica industriale in grado di porsi tali obiettivi, ammesso che sia praticabile nelle condizioni attuali di stagnazione della domanda e vincoli posti in ambito europeo, non potrebbe produrre i suoi risultati a brevissimo termine, mentre rimangono elevate le difficoltà di ottenere incrementi dei salari monetari.

Difesa dei salari e sviluppo

Si deve pertanto pensare a intervenire sulla distribuzione del reddito anche con una pluralità di altri strumenti. Innanzitutto vi è lo strumento fiscale, che dovrebbe essere utilizzato in modo da accentuarne il carattere redistributivo, anche con una seria azione di repressione della evasione ed elusione fiscale. In secondo luogo, occorrerebbero politiche volte a contenere l’andamento dei prezzi in settori come quello immobiliare, energetico, dei trasporti, delle banche e assicurazioni e delle attività professionali, in cui si sono avuti forti incrementi dei profitti complessivi (inclusi i redditi da lavoro autonomo). Poi riemergono problemi strutturali da tempo presenti nella economia italiana, primo fra tutti la necessità di una politica per la casa, che potrebbe contemplare un tentativo di calmierare a breve termine il mercato privato degli affitti. In altri campi, come quello dei servizi sanitari, il duplice obiettivo del miglioramento dello stato sociale e della riduzione del costo e redditività dell’offerta privata potrebbe essere perseguito attraverso il miglioramento della qualità e accessibilità dell’offerta pubblica. In conclusione è necessario però ricordare che la sinistra non può prescindere da una riflessione e conseguente azione politica sul quadro istituzionale europeo e sui limiti che esso impone all’azione di politica economica. E’ difficile pensare che tale assetto istituzionale sia unicamente il risultato dell’applicazione delle teorie economiche liberiste oggi dominanti (sebbene provatamente deboli sul piano analitico), e andrebbe meglio compreso se, e per quali canali, questo assetto istituzionale risponda da un lato al conflitto capitale-lavoro, dall’altro agli interessi dei paesi economicamente e politicamente più forti. Esso deve comunque più che in passato essere messo in discussione ed è comunque necessario attrezzarsi a individuare e difendere gli interessi dei lavoratori e gli obiettivi di sviluppo economico nazionale nelle varie sedi di determinazione delle politiche europee.

* Facoltà di Economia, Univ. Roma Tre