Salari al minimo e contratti non rinnovati per mesi? E’ colpa dell’eliminazione della scala mobile

Dal 1992, anno dell’abolizione della scala mobile, i lavoratori hanno perso molto. Non solo è svanito l’adeguamento dei salari all’aumento del costo della vita, subordinato successivamente sia agli inattendibili indici Istat che a quelli dell’inflazione programmata; non solo è diventata una cronica costante lo slittamento fuori scadenza della stipula dei contratti; soprattutto i lavoratori hanno lasciato sul campo il senso fondamentale della contrattazione, non essendo più previsto l’istituto dell’aumento contrattuale vero: quello che andava a calcolarsi in aggiunta al tasso inflattivo e che prima si spuntava tramite lo strumento del sindacato per effetto di lotte e vertenze. Insomma, l’eliminazione della scala mobile è stato il principale strumento concertativo utilizzato nella politica della sterilizzazione dei salari, e grazie ad esso le retribuzioni italiane sono scese molto al di sotto della media europea. Il riappropriarsi della scala mobile determinerebbe quindi, sotto il profilo economico, una formidabile inversione di tendenza nella direzione di una più equa redistribuzione del reddito.
Ma la questione assume una centralità sociale ancora più alta. Infatti, gli accordi del 1992 e del 1993 sono stati il cavallo di Troia ai quali hanno fatto seguito un insieme di altre controriforme decisive per l’impoverimento dei ceti produttivi, anche del pubblico impiego. Il DL. vo 29/93 ha privatizzato l’assetto contrattuale dei lavoratori statali, parastatali, degli enti locali, etc. e da allora, e dalla contemporanea introduzione del cottimismo (unico istituto residuo di contrattazione) di presupposti meriti, le condizioni sono peggiorate, con forme di aziendalizzazione che hanno toccato le punte massime in istituzioni come la scuola, ormai messa a servizio (con buona pace della libertà d’insegnamento e d’apprendimento) tramite l’introduzione del manager o del dirigente, definito senza vergogna anche “datore di lavoro”. Con i diktat del DLvo 29/93 sono pressoché spariti in tutto il settore pubblico i ruoli e gli scatti d’anzianità e la rivoluzione copernicana alla rovescia ha fatto da battistrada all’incedere di una vera e propria privatizzazione generale delle istituzioni e dei servizi pubblici (che si vorrebbe diventino centro di occasioni speculative per il business di pochi a detrimento dei diritti di tutti). Parallelamente si è aperta la prospettiva di una generalizzazione del precariato e di un impoverimento drastico della qualità dell’offerta relativa ai trasporti ed alla sicurezza, di quella sanitaria e formativa, con tassi di spesa che ci collocano all’ultimo posto nel continente anche nel rapporto percentuale fra investimenti per il nostro futuro e prodotto interno lordo. A tutto ciò s’aggiungano un’oltremodo iniqua ed antidemocratica legge sulla rappresentanza sindacale per il pubblico impiego e l’assenza di regole per il lavoro privato, nonché il radicale inasprimento delle normative sul diritto di sciopero. Provvedimenti che colpiscono direttamente i lavoratori, inibendo le forme tradizionali in ordine a capacità di lotta, autodifesa ed auto-tutela.

Si tratta di un quadro generale che va rimesso completamente in discussione, passando dal resistenzialismo ad un nuovo, autentico, protagonismo. Va da sè che la battaglia che il sindacalismo di base, finalmente unito in un qualificante obiettivo comune, ha intrapreso, è una battaglia di civiltà, non solo in termini di equità salariale, ma anche rispetto ad una generale promozione sociale e democratica del nostro Paese. Per questo motivo facciamo affidamento sul fatto che le forze politiche seriamente intenzionate a promuovere un cambio decisivo di passo e di rotta a questo Paese, che già hanno scelto di aderire alla battaglia per una nuova scala mobile, rimarranno schierate al nostro fianco in tutto il percorso. Il cammino non sarà semplice e dovranno essere i lavoratori a far pesare il proprio impegno di lotta perché la proposta di legge d’iniziativa popolare si affermi, battendo l’impostazione neoliberista sempre presente in sede politica e sindacale fra vecchi e nuovi adepti del pensiero unico.

*segretario nazionale CIB Unicobas