Saddam, Pechino e lo scudo banco di prova per Bush

Sembra proprio che la gran mole di studi e revisioni politiche dell’amministrazione Bush stia per produrre conclusioni e raccomandazioni. Sotto la pressione degli eventi si manifestano i primi accenni di alcune potenziali linee di condotta nella strategia internazionale dell’amministrazione. La realtà è che gli Usa non possono permettersi di chiudere bottega per inventario e trascurare a lungo i grandi problemi internazionali. Ironicamente, proprio quei paesi che durante gli anni di Clinton e le prime settimane di Bush rimproveravano agli Usa una visione unilaterale, hanno recentemente criticato le lungaggini della nuova amministrazione nel rivedere le politiche e formare lo staff, paventando incertezze sul ruolo degli Usa in regioni come i Balcani, il Medio oriente, la penisola coreana e su temi come l’effetto serra, l’Aids in Africa e simili. L’amministrazione Bush non avrà certo vita facile con i cambiamenti al vertice del Senato americano. Il leader della nuova maggioranza, Tom Daschle e i vari nuovi presidenti di commissione, tutti democratici, non condividono parecchie posizioni di Bush, ad esempio riguardo all’opportunità di porre termine al trattato Abm del 1972 per fare spazio allo scudo spaziale e su un certo numero di nomine di pertinenza del Senato o non ancora sottoposte ad approvazione. Il problema per il presidente non sarà tanto riuscire a mettere insieme un numero sufficiente di consensi, quanto se i leader del Senato riusciranno a impedire che le nomine siano messe al voto. Inoltre è probabile che il finanziamento da parte del congresso di parecchi programmi militari nell’ambito della ristrutturazione della politica di difesa americana incontri nei prossimi anni ostacoli di bilancio a causa dell’impatto sulle entrate degli sgravi fiscali recentemente approvati. I leader democratici del Senato torneranno alla carica con diversi costosi programmi di politica interna cui l’amministrazione Bush si è opposta o ha minacciato di attribuire bassa priorità. Lo scudo spaziale potrebbe essere tra i programmi militari a lungo termine che finiranno vittime della stretta di bilancio, soprattutto se le parti non troveranno un accordo sul trattato Abm del 1972. Ne frattempo, però, l’amministrazione ha avviato una serie di ampie consultazioni sia con gli alleati che con i russi e i cinesi, con l’obiettivo di dimostrare che la minaccia di proliferazione giustifica lo sviluppo di sistemi difensivi. Gli europei hanno dato molto peso al rifiuto russo di porre termine o di apportare fondamentali modifiche al trattato Abm e Bush ha reputato necessario intensificare i contatti diplomatici con i russi ed anticipare gli incontri ad alto livello in agenda. In realtà i russi, nonostante lo sbandierato rifiuto di porre termine al regime del trattato Abm, hanno lanciato alcune proposte ancora piuttosto vaghe che combinano sostanziali riduzioni e modifiche delle armi offensive e la costruzione di modesti sistemi di difesa missilistica. Si è detto recentemente che l’amministrazione Bush ha studiato un pacchetto sugli armamenti in preparazione agli incontri tra Bush e Putin che si terranno a giugno e luglio. Quanto oltre si spingeranno i colloqui resta da vedere. Gli alleati degli USA avranno chiaramente voce in capitolo ed è ovvio che i cinesi guarderanno con grande scetticismo alla prospettiva di qualunque nuovo accordo Usa – Russia. In realtà russi e cinesi si stanno preparando a concludere un trattato formale sulla cooperazione militare entro l’anno e Mosca potrebbe sfruttare a proprio favore i rinnovati contatti con gli Usa nei negoziati con Pechino. Putin, che al momento sta traendo beneficio dagli alti prezzi del petrolio e del gas, e da cospicue vendite di attrezzature militari (Mosca ha recentemente comunicato al Fmi, in cui gli Usa hanno di fatto potere di veto, di non avere bisogno di aiuti) deve ancora valutare i vantaggi di stabilire un modus vivendi con gli Usa, se vuole che i suoi piani a lungo termine per modernizzare e potenziare l’economia russa abbiano successo. Mentre Washington e Mosca stanno sondando le opportunità di future relazioni, la politica Usa nei confronti della Cina ha assunto nel complesso toni piuttosto duri, legati in gran parte alla questione della vendita di armi a Taiwan e alla decisione di Washington di ricevere negli Usa le visite dei leader di Taiwan e del Dalai Lama ignorando la sensibilità di Pechino. La vendita di armi comporterà inoltre maggiori contatti diretti tra i militari americani e quelli di Taiwan. Gli Usa hanno anche ripreso i voli di ricognizione pur essendo ancora in corso le trattative per ricuperare l’aereo spia entrato in collisione con un caccia cinese e atterrato sull’isola di Hainan. Pechino dovrà forse ingoiare l’amara pillola di veder di nuovo volare quell’aereo, riassemblato e riparato. Gli Usa hanno intensificato anche le relazioni con l’India, pronta ad accettare le attenzioni americane, pur mantenendo stretti contatti con i russi e avendo l’intenzione di intrattenere relazioni più distese con la Cina. L’India ha interessi in gioco nell’evolversi dei rapporti tra Usa Russia e Cina riguardo ai sistemi strategici offensivi e difensivi. Potrebbe anche darsi che le relazioni India-Pakistan si riscaldino un poco, includendo il Kashmir, come probabilmente auspicherebbero gli americani. Dal punto di vista di Pechino un miglioramento dei rapporti Usa-India è destinato a destare sospetti. Associato agli accordi militari tra USA e Singapore, alle esercitazioni congiunte Usa-Tailandia presso il confine birmano, nonché all’attività americana nel mar cinese meridionale, esso può a buon diritto risvegliare gli antichi timori di Pechino circa una strategia americana di contenimento. Le richieste di revisione della costituzione giapponese e altri sviluppi interni al Giappone sono ugualmente fonte di preoccupazione per la Cina, al pari dell’alleanza difensiva Usa-Giappone in atto. Non è chiaro se l’attivazione dei rapporti tra USA e Corea del Nord, con negoziati tesi a congelare i programmi missilistici di Pyongyang, si rivelerà ulteriore causa di disagio per i cinesi. Ufficialmente Pechino appoggia i negoziati al pari di un miglioramento delle relazioni tra le due coree, ma un eventuale conseguente rafforzamento dell’influenza americana potrebbe creare qualche perplessità ai leader cinesi. Se i primi interventi di Bush nei paesi limitrofi spaventano Pechino, i cinesi dovranno considerare che il presidente in persona si è schierato a favore del ripristino dei normali rapporti commerciali con la Cina in attesa del suo ingresso nel Wto. Il rinnovo della legge sarà probabilmente approvato dal congresso ma affronterà la dura opposizione da parte delle estreme frange repubblicane e democratiche per motivi legati al rispetto dei diritti umani. L’amministrazione ha anche fatto presente che non si opporrà alla candidatura cinese per le olimpiadi del 2008. L’amministrazione non si è ancora espressa circa un possibile tentativo di stabilire relazioni militari formali con la Cina, relativamente alle armi strategiche offensive e difensive. Si tratta di una questione complessa per entrambe le parti, data l’enorme disparità di forze. La Cina sembra per ora soprattutto preoccupata di bloccare i programmi americani di difesa anti-missile perché, indipendentemente da quanto possa affermare Washington, Pechino si sente bersaglio di queste iniziative. Se gli USA andranno avanti, in seno ad un accordo con la Russia, le ripercussioni sui rapporti con la Cina sarebbero gravissime. Ci sono altre tre aree in cui Bush sembra pronto a definire la sua politica. Nel golfo, Washington dà l’impressione di voler rivedere il regime delle sanzioni contro l’Iraq ma continuerà ad affidarsi a politiche studiate per prevenire nuovi programmi iracheni di proliferazione missilistica e produzione di armi di distruzione di massa. Resta da vedere se Bush riuscirà a mettere insieme la necessaria coalizione internazionale. Che fine faccia il suo originario interesse a costruire un’opposizione interna a Saddam non è chiaro. In ogni caso, però, per quanto l’amministrazione possa voler ridurre lo spiegamento di forze militari oltreoceano è poco probabile che una cosa del genere sia presto fattibile nel golfo. Nel tempo, tuttavia, una presenza “avanzata” in quell’area si potrebbe rivelare troppo vulnerabile e le attuali disposizioni potrebbero dover essere variate. In Medio oriente l’amministrazione è stata nuovamente coinvolta a seguito dell’escalation di violenze. Resta riluttante a giocare un ruolo attivo come i suoi predecessori, del resto poco probabile nelle circostanze attuali, che lasciano scarso spazio alla diplomazia stile Oslo. Nei Balcani la speranza di Bush di porre fine alla presenza militare diretta degli Usa non è per ora realizzabile. Il contingente americano verrà però gradualmente ridotto, e verranno reclutate forze di polizia per rimpiazzare i soldati. Oltre a cercare di far fronte ai disordini in Macedonia, Washington dovrà affrontare il problema della definitiva definizione dello status del Kosovo. Come per il Montenegro, su questo tema si possono sviluppare nel lungo periodo controversie tra gli alleati Nato. Il padre di Bush probabilmente ubbidì all’istinto giusto quando, dieci anni fa, non volle immischiarsi nei Balcani. È ironico che un’Europa in cerca della propria identità non sia apparentemente capace di trovarla in un accordo sui Balcani, se mai sia raggiungibile, e abbia ancora bisogno del sostegno americano. Nel frattempo si avvicina la scadenza per un ulteriore allargamento della Nato, mentre l’Europa trova difficoltà a procedere con la propria espansione. L’amministrazione Bush affronta la sfida di dar vita ad una politica che sposti il centro di gravità del potere americano verso le regioni tormentate e i vasti oceani del sud di quella che centinaia di anni fa veniva chiamata l'”isola del mondo”, mentre allo stesso tempo mantiene il suo impegno storico per assicurare stabilità alla parte europea di quell’enorme continente.