Sabaudi e torinesi, destra e sinistra

Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Verbano-Cusio-Ossola, Vercelli si schierano, sia pure per poche migliaia di voti con la destra. Al centrosinistra resta Torino, il cuore rosso del Piemonte accerchiato e bastonato, prima dalla crisi industriale e poi dalla periferia del regno sabaudo. Con pochissime esclusioni, tra cui Cuneo, praticamente tutte le provincie con annessi capoluoghi sono amministrate dal centrosinistra. Ci sarebbe di che riflettere, a un anno appena dalla vittoria per diecimila voti di Mercedes Bresso alle elezioni regionali. Al Senato la Casa delle libertà vince con uno scarto di poco più di un punto, in assoluto 27.000 voti. Sul filo del rasoio passano le destre alla Camera, dove lo scarto con l’Unione è di meno di tremila voti, pur essendo riconfermato l’assedio totale della capitale Fiat da parte del resto della regione. Eppure, i commenti a caldo delle due massime autorità amministrative non lasciano ben sperare. La presidente della Regione, Mercedes Bresso, sostiene di non aver perso, anzi di aver fatto vincere lei lo schieramento democratico un anno fa, quando aveva raccolto più voti dei partiti che la sostenevano. E aggiunge la Bresso: adesso avanti con il partito democratico e con la Tav. Stessa musica quella suonata dal sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, rafforzato nelle sue certezze dal buon risultato delle sinistre in città (più del 57% all’Unione sia alla Camera che al Senato, dove il Prc sfiora il 10%): avanti con il partito democratico, la Tav e la conquista dei voti moderati.
Ragionamenti che non convincono il nostro amico Marco Revelli, uno che ben conosce la «provincia sabauda»: è originario di Cuneo («ci sto andando, e ti confesso, con un senso di vergogna») e insegna all’Università ad Alessandria, città in cui alle regionali «si brindò per la vittoria della Bresso, come a Torino». «Sbaglia Chiamparino, quando dice che si riparte contendendo i voti moderati alla destra. E sai perché? Perché i voti raccolti dalla Cdl nel Piemonte profondo sono voti estremisti. Berlusconi ha raschiato il fondo del barile usando gli strumenti del turpiloquio e di Vanna Marchi». E aggiungiamo, la vittoria berlusconiana è stata ovunque possibile grazie alla processione verso le urne della maggioranza silenziosa sabauda.
C’è chi sostiene che la «periferia» ha votato a destra per protesta contro il «centro», il luogo dove arrivano i soldi – vedi le Olimpiadi invernali – e i sostegni pubblici – vedi la cassa integrazione per la Fiat – «e a noi mai niente». Anche questa ipotesi, pur presente in alcuni strati della popolazione «periferica», non convince fino in fondo Revelli: «Bisogna leggere la composizione sociale della popolazione per capire: ci sono importanti fasce sociali miracolate dall’ultimo ventennio, soprattutto commercianti, un tessuto atomizzato. E’ un Piemonte brutto quello che ha votato a destra, fatto di ceto medio arricchito, partite Iva, lavoro autonomo. O sono ricchi che non vogliono perdere le loro ricchezze, oppure poveri che sognano con Berlusconi improbabili miracoli e arricchimenti individuali, gonfi di rate e mutui». Non è che in passato le provincie piemontesi fossero una punta di diamante della cultura e della democrazia… «Certo che no, stiamo parlando del Piemonte sordo, sabaudo, però moderato, vaccinato contro gli estremismi. Penso a Cuneo, in particolare. Ora, invece, questa maggioranza silenziosa, democristiana, ha votato in modo estremista, per partiti estremisti come quello di Berlusconi, per i fascisti, per i leghisti. Si chiamava “Piemonte posapiano” quello che oggi è andato sopra le righe. Questi ceti avvertono la precarietà della loro ricchezza e la paura di perderla o di non poterla arraffare li spinge a soluzioni individuali, trascinati da linguaggi estremi come quelli di Berlusconi. La loro cultura politica – mi si passi il termine – si radicalizza».
Dall’altro lato del Piemonte c’è Torino, la rive gauche, pronta alle prossime elezioni comunali vinte in partenza da Chiamparino. Qui la sinistra ha tenuto. Perché? Non ha esitazioni Revelli: «A Torino c’è un’altra composizione sociale, un’altra cultura. Qui si fa sentire il peso del lavoro dipendente con il suo portato di esperienza industriale. A Torino c’è la consapevolezza della crisi, della sua natura e anche del fatto che se ne può uscire soltanto attraverso un percorso collettivo. A Torino la sinistra è stata salvata proprio da quella storia collettiva di cui Torino – una parte importante della città, delle istituzioni, della sinistra – si vorrebbe liberare come fosse una zavorra del passato. Non è stato certo lo spirito olimpico o i tunnel in Valle di Susa a salvare la città dallo smottamento a destra della regione». Sulle improvvide dichiarazioni d’amore di Chiamparino e Bresso per la Tav, proprio dopo il voto massiccio a Rifondazione e ai Verdi in Valle, Revelli ha una sola cosa da obiettare: «Il potere acceca chi lo esercita».
Torniamo alle provincie: Revelli, da dove si riparte dopo questo voto? «Sarà düra. Io penso che si dovrebbe ripartire proprio dai territori, che devono imparare a difendersi da sé. E’ nel territorio che si possono ricostruire i legami sociali e dunque formare una cultura altra, capace di fermare l’iter predatorio del Caimano. Non servono prediche e bon ton per convincere chi ha paura del buio e della povertà. Servirebbe, semmai, un’antropologia altrettanto forte di quella dominante e contagiosa, ma opposta. Bisogna costruire un altro stile di vita, invece di inseguire la destra sul terreno degli sgravi fiscali».
Ha ragione Revelli, sarà düra.