Russia; a dieci anni dalla dissoluzione dell’Urss

Premessa del traduttore: Considerato uno dei più competenti studiosi delle questioni, in particolare di carattere economico, legate ai processi di mondializzazione, Michail Deljaghin ha collaborato a più riprese con le amministrazioni che si sono succedute alla guida della Federazione Russa nell’ultimo decennio, ed è considerato molto vicino all’ex primo ministro Evghenij Primakov, di cui è stato consigliere nella breve stagione del suo governo, quando, anche con l’appoggio dei comunisti, è sembrata delinearsi un’inversione di tendenza rispetto alle linee programmatiche manifestatesi nei primi anni di catastrofiche “riforme” dell’era eltsiniana.
Nell’articolo proposto, Deljaghin, analizzando le cause del crollo dell’URSS, trae un sintetico bilancio dei primi dieci anni trascorsi dalla decisione di avviare il processo di dissolvimento della grande potenza socialista, sottolineando drammaticamente la caduta di prestigio e di influenza del “gigante russo” nello scenario mondiale attuale e le catastrofiche conseguenze che sono derivate, per l’intero pianeta, dalla scomparsa del “contrappeso” all’egemonia imperialista.
M.G.

– La causa della disintegrazione dell’URSS è da ricercarsi nella sconfitta subita nell’ambito della concorrenza globale dalla decomposizione del sistema di direzione, che già aveva cominciato a manifestarsi agli inizi degli anni’70. La riforma economica era iniziata nel 1987, come aspirazione della burocrazia a far fronte alla propria crisi di valori. L’URSS andò in rovina, quando ai massimi livelli di direzione tutto precipitò (il 19 agosto fu raggiunto l’apice dell’influenza dei “media”: a tal punto che la direzione del paese attuò un golpe, per convocare una conferenza stampa!)

La causa diretta è rappresentata dal rifiuto da parte della dirigenza dell’URSS dell’assimilazione culturale delle elites nazionali (come era successo nella Russia zarista), che ha favorito la loro separazione.

– Per la Russia (e per il resto dell’URSS, ad eccezione della regione baltica) la disintegrazione dell’URSS ha rappresentato una catastrofe nazionale. In due anni la produzione è caduta di 2 volte, gli investimenti di 4, è drasticamente peggiorato il livello di vita (addirittura alcune regioni sono regredite alle condizioni dell’economia naturale).

La crescita delle differenze sociali ha distrutto l’omogeneità della società. In 10 anni non si è neppure sviluppato uno stato (oggi è un conglomerato di tre gruppi, solidali tra loro solo nell’ignorare gli interessi del popolo).

10 anni di degradazione anni hanno provocato una diminuzione della quota della Russia nell’economia mondiale di quasi 10 volte: dal circa 6% nel 1990 (la quota dell’URSS era di circa il 9%) allo 0,65% nel 2000. L’irreparabile arretramento sul piano tecnologico e su quello delle produzioni sofisticate, come pure la perdita di intere scuole scientifiche, ha privato la Russia della possibilità di partecipare alla competizione mondiale, riducendola alla condizione di “paese del terzo mondo”. Si è ridotto il livello culturale, si sono disintegrati i sistemi di istruzione e assistenza sanitaria. Si sono manifestati fenomeni di imbarbarimento di massa.

Il revanscismo e il nazionalismo da ciò provocati (rafforzati da un esodo massiccio della popolazione dai paesi della CSI) rappresentano un’ulteriore minaccia per la Russia, che si è ben lontani dall’arrestare.

Il “consolidamento” (con la perdita, nelle ultime elezioni legislative, da parte dei comunisti – nonostante l’avanzata in voti e percentuale – della maggioranza parlamentare, ora saldamente nelle mani della “coalizione borghese” che sostiene Putin, nota del traduttore ) della Duma di Stato e le elezioni alla Duma di Mosca ( già denominate “elezioni senza scelta”) (nella consultazione municipale di poche settimane fa, sebbene i comunisti passino dal 9% al 17%, raggiungendo percentuali del 25% in collegi paragonabili a grandi città italiane, il “listone” formato dal partito filopresidenziale unificato, “Russia unita”, dall’ “Unione delle forze di destra” e da “Mela”, con l’appoggio del potentissimo sindaco oligarca Luzhkov e in un clima che qualcuno ha definito ancora peggiore di quello prodotto dall’esistenza della mafia siciliana, ha conquistato 33 dei 35 deputati, nota del traduttore) hanno il significato del ripristino in Russia di un sistema monopartitico assolutamente incapace.

– La situazione nei paesi della CSI è qualitativamente peggiore che in Russia. I paesi della CSI e della regione baltica hanno esemplarmente dimostrato di non essere in grado di svilupparsi con il sostegno dell’Occidente. Essi devono fare ricorso alla Russia, ma oggi non sono in grado di proporle nulla in cambio. Il risultato è il saccheggio nelle forme più disparate.

Nei paesi della CSI è indubbiamente più alto che in Russia il livello della corruzione e della decomposizione degli apparati statali. 6 su 11 sono stati sconvolti dalla guerra. In Lettonia è stato instaurato l’unico (dopo la democratizzazione della Repubblica Sudafricana) regime di apartheid esistente al mondo. Solo l’Uzbechistan è dotato di un sistema di direzione relativamente efficiente.

– La competizione tra due sistemi garantiva enormi possibilità ai paesi in via di sviluppo: essi potevano ricevere un complesso sostegno su vasta scala, sia in qualità di sostenitori di uno dei due, che di non appartenenti al campo dei nemici (“Movimento dei non allineati”).

Quando i paesi in via di sviluppo hanno cessato di essere “campo di battaglia”, molti di essi automaticamente hanno cessato anche di rivestire qualche interesse per quelli sviluppati. Ciò li ha privati della possibilità di accedere a parte delle risorse e ha fatto si che molti di questi paesi si trasformassero in territori depressi, soggetti a permanenti processi di degradazione, con una società che si sta disintegrando (l’Africa è così diventata un continente in via di estinzione).

D’altra parte, di fronte al declino dell’Unione Sovietica, è venuta a mancare nei paesi sviluppati una proposta di modelli culturali alternativi per l’umanità. Al posto della contraddizione tra chi faceva riferimento a uno o all’altro tipo di cultura e della competizione con il socialismo e il comunismo, è subentrata la contraddizione tra paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Tale contraddizione non ha solo aspetti razionali (legati all’insuperabile divario tecnologico), ma anche irrazionali (legati alla differenza fra culture) e, di conseguenza, non riesce a trovare composizione nell’ambito di trattative.

– Dal punto di vista degli interessi dell’individuo, il mondo risultava più vivibile e sicuro fino a quando, accanto ai vecchi pericoli (il confronto tra due sistemi) non ne sono emersi dei nuovi (la povertà e lo scontro tra culture, quello tra poveri e ricchi).

La risoluzione dei problemi dell’umanità attraverso la crescita della sua ricchezza non ebbe più corso negli anni ’90 (non occorreva più attrarre dalla propria parte coloro che vivevano nell’indigenza, bastava semplicemente buttarli nella spazzatura).

E’ stata ripudiata un’ideologia, ma il risultato è stato che l’uomo non può vivere senza un’ideologia, che indichi uno scopo, un sistema di coordinate e una misura di valori.

– In tal modo, la disgregazione dell’URSS, per quanto pacifica, ha provocato enormi disastri e ha favorito l’imbarbarimento dell’umanità. I diritti politici dell’uomo, dopo lo scardinamento delle loro basi economiche, sono risultati inutili e si sono trasformati nel loro contrario.

In ultima analisi si può affermare che l’URSS ha esercitato una forte influenza sulla storia dell’umanità, determinando:

la più completa considerazione dei fattori sociali, inutili da un punto di vista prettamente commerciale, ma essenziali ai fini dello sviluppo dell’umanità; il forte impulso al progresso tecnologico; lo sviluppo accelerato di molti paesi sottosviluppati (socialisti e “di orientamento socialista”); lo sviluppo del “terzo mondo” (anche in competizione con esso) nell’ambito di un unico paradigma culturale di tutta l’umanità, senza lo “scontro tra civiltà” e la presenza di un baratro invalicabile tra i paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo.