Russi-lettoni, la minoranza che ha perso i diritti

C’erano anche loro alla grande manifestazione di Riga, i «non-cittadini», la minoranza etnica di lingua russa, i «lettoni non lettoni». C’erano anche loro a manifestare di fronte al parlamento, a chiedere le dimissioni del governo e rivendicare il diritto d’essere «cittadini».
C’erano genitori e figli russofoni, che dall’ormai lontano 1991 si trovano imprigionati dentro il limbo costituzionale di una legge discriminatoria e unica al mondo. Tra l’altro, lo status di «non-cittadino» non viene neanche riconosciuto dal diritto internazionale. Una specie di mostro giuridico che ha come unici sponsor la Lettonia e (in parte) l’Estonia.

In pratica, a tutti coloro che avevano la cittadinanza lettone prima del 17 giugno 1940 (quindi precedente all’occupazione sovietica) veniva riconosciuta la nuova cittadinanza (discendenti compresi). Per chi invece fosse emigrato in Lettonia dopo quella data, la cittadinanza sarebbe stata garantita solo a coloro i quali avevano completato il percorso formativo della scuola primaria o secondaria in lingua lettone. Ciò implicava affibbiare lo status di «non-cittadino» alla maggioranza dei russofoni trasferitisi in Lettonia durante l’era sovietica.
Secondo la legge, questi «non-cittadini» hanno il diritto di risiedere in Lettonia senza dover chiedere la Visa, ma non hanno il diritto al voto (anche se possono iscriversi ai partiti nazionali), limiti al diritto della pensione, non possono ricoprire cariche pubbliche e non possono accedere a molte posizioni lavorative all’interno della pubblica amministrazione.
Una discriminazione strisciante «parzialmente lenita» dal diritto alla naturalizzazione. I «non-cittadini» possono chiedere di essere naturalizzati se provano di avere la residenza in Lettonia da almeno 5 anni, dimostrano competenza nel parlare il lettone, rispondono correttamente a domande sulla storia e la costituzione lettone – incluso che la Lettonia era stata occupata e russificata sotto l’Unione Sovietica – e conoscere le parole dell’inno nazionale lettone (sembra di leggere le volontà leghiste di casa nostra). Ma l’ultima parola spetta sempre al governo che può negare la naturalizzazione a quegli individui considerati ostili alla Repubblica di Lettonia.
Su circa 400.000 russofoni, ad oggi solo 128.000 sono stati naturalizzati. Il resto continua ad essere «non-cittadino». Oltre 13.000 bambini sono ancora «non-cittadini» e ci sono ancora bambini che continuano a nascere con questo status di «non-cittadini» che tarpa fin dalla culla ogni possibilità di integrazione basata su un diritto comune.
Lo scorso 3 gennaio, il Consiglio d’Europa ha criticato aspramente la Lettonia per il suo continuo rifiuto ad accordare alla minoranza etnica di lingua russa residente nel territorio lettone, il diritto al voto locale. L’Europa, inoltre, ha raccomandato alla Lettonia di facilitare il processo di naturalizzazione. Uniformare i diritti di cittadinanza ai «non cittadini». Evitare di chiedere a coloro i quali fanno istanza di naturalizzazione, di esprimere convinzioni contrarie al loro volere o alla loro cultura.
Questa situazione ha anche un risvolto nelle relazioni internazionali. Il ministro degli esteri russo, regolarmente accusa il governo lettone di violare i diritti fondamentali della comunità russofona. La Russia, oltretutto, a partire dal giugno del 2008, ha dato a molti «non-cittadini» lettoni, la possibilità di viaggiare all’interno del territorio russo senza visa. Fatto che ha prodotto frizione tra Mosca e Riga. L’attuale governo di centro-destra è immobile, anzi si fa promotore di politiche nazionaliste e su base etnica, forte anche dell’appoggio del presidente della repubblica Valdis Zatlers. Tatjana Zdanoka è una deputata lettone al parlamento europeo: «Sono molto preoccupata per il crescente livello di discriminazione nei confronti della minoranza di lingua russa». Durante il discorso ufficiale tenuto da Zalters al Parlamento Europeo il 13 gennaio, l’agguerrita deputata ha indossato una maglietta con su scritto «Stop language repressions». «E’ vergognoso che il presidente di tutti i lettoni stia supportando leggi così sfacciatamente discriminatorie – si sfoga -, non è accettabile. Ed è giusto che l’Europa alzi la voce». Nel discorso di fine anno trasmesso dalla Tv pubblica, Zatlers si è rivolto alla nazione così: «Cari cittadini lettoni….».