Ruspe di sinistra? No, sindaco di destra

Cosa fa un sindaco di sinistra di fronte a degli operai stranieri supersfruttati, che vivono in baracche? Cerca di aiutarli. Cosa fa un sindaco di destra? Manda le ruspe. Sergio Cofferati ha mandato le ruspe. Alle prime luci del mattino queste hanno spianato una povera bidonville di muratori rumeni, alle porte della civilissima Bologna. Così i bambini e le mogli, colti nel sonno e meno lesti a fuggire, hanno visto in faccia il rigore della legalità, là ove la sinistra governa.
Certo si tratta di famiglie fuori legge. Gli uomini lavorano, con o senza permesso di soggiorno, per «appaltatori» che violano tutte le leggi, restando però impuniti, anzi magari ammirati per le capacità imprenditoriali. In questo inferno, in questa moderna schiavitù, non si può neppure concepire il diritto alla casa. Quello non c’è nemmeno per i bolognesi doc.

E così i poveri stanno in baracche. Come nel film “Miracolo a Milano”, ove una comunità di “barboni” veniva fatta sloggiare dalle baracche insediate nella periferia della metropoli, anche là per ordine del sindaco.

Zavattini e De Sica, autori di quella fiaba capolavoro del neorealismo, dipingevano il sindaco, gli assessori, i vigili urbani, come rappresentanti di un potere sordo e ottuso, incapace anche della semplice gentilezza. Forse essi non pensavano che cinquant’anni dopo altri sbaraccamenti sarebbero stati vanto del sindaco della città simbolo della sinistra.

Tutto ciò fa provare rabbia e vergogna, prima di tutto perché questa insensibilità profonda viene dalla nostra parte politica, da quella che vuol mandare via il governo Berlusconi e la Lega. Si provano rabbia e vergogna perché i poveri non possono diventare cenere da nascondere sotto il tappeto del perbenismo, ed è davvero ben misero un concetto di legalità totalmente separato dalla giustizia e dalla sensibilità sociale.

Ma accanto alla rabbia sorge una domanda. Perché l’ex segretario della Cgil, che ha portato in piazza tre milioni di persone per difendere il lavoro dalla precarizzazione, oggi perseguita proprio i più precari tra i lavoratori? In realtà ha ragione Cofferati quando sostiene di non essere sostanzialmente cambiato, come uomo della sinistra. Ma di quale sinistra? Di quella “del prima e del dopo”.

Prima, quando non è al governo, questa sinistra sta dalla parte del popolo, quasi sempre senza se e senza ma. Ma poi, quando raggiunge un ruolo di potere, quando amministra o governa, questa sinistra cambia. In realtà essa semplicemente assume in sé le sembianze e le funzioni del popolo. Il popolo siamo noi, essa proclama, così come i re di Francia dicevano di se stessi assolvendosi da qualsiasi dovere di rappresentanza. Quei re erano considerati capaci di trasformare il male in bene, per il solo fatto di regnare. E una certa sinistra, come quei re, pensa di essere di per sé il bene del popolo, indipendentemente da quello che il popolo dica o pensi.

Per questo essa crede di essere autorizzata, una volta al governo, a fare ciò che affronterebbe con le barricate stando all’opposizione. Non per cattiveria o corruzione, ma per senso di responsabilità.

Sia chiaro, in tutto questo non centra l’essere più radicali o più riformisti, beati o rivoluzionari, sia i comunisti, sia i socialdemocratici hanno vissuto una lunga storia di “prima e dopo”. Non sarebbero crollati così ignominiosamente i socialismi dell’est europeo, se non fossero stati governati da una burocrazia che pretendeva contemporaneamente di essere il popolo e di comandare sul popolo. E, nel nostro piccolo, non è forse vero che la Cgil di Cofferati, quando governava il centro sinistra, non era certo tutti i giorni nelle piazze, e approvava persino la guerra umanitaria? Poi le cose sono cambiate con Berlusconi, speriamo che non mutino di nuovo.

Ma la sinistra del “prima e del dopo” non manda le ruspe solo perché si dà da sola il diritto di farlo. Lo fa anche perché è priva della partecipazione emotiva, dell’identificazione morale, con gli esclusi. Claudio Sabattini, quando era segretario della Fiom, disse che non si può fare bene il mestiere del sindacalista, se non ci si identifica con la sofferenza di chi si vuol rappresentare. Ecco, ad un certo punto può capitare che tutti i legami con questa sofferenza si recidano e la governabilità e i sondaggi prevalgano su tutto.

Certo i muratori rumeni non votano alle elezioni comunali di Bologna. Ma quella città è diventata quello che è perché più di cento anni fa i socialisti riformisti, da Andrea Costa a Camillo Prampolini, vi organizzarono gli esclusi. Quei riformisti hanno dato agli esclusi di allora senso della giustizia e della dignità e, ben prima, che avessero formalmente il diritto di voto li hanno educati ad essere dei cittadini. Quel socialismo riformista aveva un profondo senso dell’appartenenza e della missione umanitaria della sinistra e mai, mai, avrebbero colpito i più deboli e i più umili nelle proprie file, quali che fossero la giustificazione o l’opportunità politica ed elettorale.

Romano Prodi ha preso moltissimi voti in Emilia, li consideri un’indicazione a seguire la via di Prampolini, e non quella di Cofferati. Altrimenti vincerà prima le elezioni, ma comincerà a perdere subito dopo.