Rumsfeld autorizzò le torture

«Il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld potrebbe essere criminalmente responsabile per le torture dei detenuti a Guantanamo». Così ha commentato l’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch, dopo aver letto la testimonianza del generale Randall Schmidt sulla sua inchiesta nel carcere della base cubana, dove dall’inizio del 2002 il Pentagono tiene i prigionieri della guerra al terrorismo. Un nuovo attacco contro Rumsfeld, lanciato subito dopo le richieste delle sue dimissioni da parte di sei ex generali, che hanno costretto il presidente Bush ad intervenire venerdì per difendere il suo ministro.
Schmidt era stato incaricato di indagare sui metodi applicati a Guantanamo, sospettati di violare la legge e i diritti umani. Il caso a cui si era dedicato di più era quello di Mohammed al Kahtani, un saudita membro di al Qaeda che secondo gli investigatori doveva essere il ventesimo dirottatore dell’11 settembre. Il prigioniero aveva subìto un trattamento «degradante e abusivo», che includeva ore di interrogatori in posizioni dolorose o sconfortevoli, stare nudo in piedi davanti ad una soldatessa, essere accusato di omosessualità, costretto ad indossare biancheria femminile, urinarsi addosso, subire clisteri forzati, fingere di essere un cane al guinzaglio, e tutte le altre specialità del repertorio fotografato poi in Iraq ad Abu Ghraib. Nel 2005 il Judge Advocates General delle forze armate aveva detto alla Commissione Difesa del Senato che le tecniche adoperate con Kahtani violavano il Manuale dell’esercito per gli interrogatori, e sarebbero state considerate illegali se un altro paese le avesse usate con i prigionieri americani. Il problema, dunque, era capire chi fosse responsabile.
Il 2 dicembre del 2002 Rumsfeld aveva approvato sedici tecniche speciali per detenuti come Kahtani. Secondo Schmidt il capo del Pentagono non aveva ordinato espressamente gli abusi, ma era «personalmente coinvolto nell’interrogatorio di questa persona» e ne parlava ogni settimana col generale Miller, che comandava Guantanamo. Durante i due colloqui con Schmidt, Rumsfeld aveva reagito con sorpesa: «Mio Dio, io li ho autorizzati a mettere un reggiseno sulla testa di questo tizio?». Ma il generale si era convinto che le politiche approvate dal capo del Pentagono avevano permeso gli abusi.
Alla fine dell’inchiesta Miller se l’era cavata con un rimprovero, ma secondo Human Rights Watch Rumsfeld potrebbe essere penalmente colpevole per la dottrina della «command responsability», il principio legale secondo cui i superiori sono responsabili dei reati dei subordinati, se sapevano cosa facevano o dovevano saperlo, e non hanno mosso nulla per fermarli. Il Pentagono ha risposto che il rapporto Schmidt è «fiction» e non aggiunge nulla al caso.
La nuova accusa arriva in un momento delicato per Rumsfeld, dopo che venerdì Bush gli ha confermato la fiducia per rispondere alle critiche di sei ex generali, ma anche del segretario di Stato Rice, che nei giorni scorsi aveva ammesso «migliai di errori tattici in Iraq». Persino alcuni neocon, tipo William Kristol, chiedono da tempo le dimissioni del capo del Pentagono, perché consentirebbero di scaricare su di lui il flop militare a Baghdad, continuando a sostenere la scelta strategica dell’invasione sul piano politico. Bush finora lo ha difeso per lealtà, perché teme che sostituirlo significhi sconfessare la propria linea, e perché non è convinto che tagliare la testa di Rumsfeld farebbe risalire la sua popolarità nei sondaggi. I repubblicani candidati al Congresso, però, chiedono risultati o svolte entro le elezioni di novembre.