Rossanda: «Nelle primarie ha vinto la delega a un uomo. I buoni partiti sono cosa rara»

Una settimana fa quattro milioni e fischia di elettori consegnavano a Romano Prodi un enorme mandato per sconfiggere Berlusconi; tra sorprese, dibattiti e voracità della politica che discute l’estensione delle primarie a tutte le scadenze elettorali future, ci rimane da capire qualcosa di più del “fenomeno”. Abbiamo chiesto a Rossana Rossanda di provare ad aiutarci, a partire da quella “riserva” che ha espresso una settimana fa su “il manifesto” e che rimane tutta da sciogliere.

C’è chi ha visto nell’affermazione delle primarie la risacca della crisi della politica, chi l’onda lunga dei movimenti e del bisogno di partecipazione, chi un fatto di “normale civiltà politica”. Sta di fatto che è stata colta una delle poche occasione di esprimersi: vittoria della delega o del bisogno di democrazia diretta dentro il centrosinistra?

Della delega. Cerchiamo di mantenere alle parole il loro senso: democrazia diretta è la pratica di un gruppo omogeneo che decide in comune un progetto e la sua gestione e non dà deleghe se non transitorie e su mandato. Le primarie sono copiate dalla forma americana di democrazia delegata, che non è proprio delle più auspicabili; in esse alcuni personaggi precedentemente scelti dal ceto politico fanno un test della loro popolarità.

Adesso tutti tirano la coperta delle primarie per trasformarle in scelta attiva dell’elettorato anche sui programmi. Può rinascere da qua il senso della partecipazione perso tra leaderismi e dipendenza mediatica della politica?

Credo che almeno in una dimensione locale l’informazione, la partecipazione e le forme di aggregazione, anche permanente, dovrebbero essere più agevoli, e perdere senso il maggioritario e la personalizzazione. Ci sono già buoni esempi.

Marco Revelli ci ha detto di sperare per il programma di governo dell’Unione al massimo in una “riduzione del danno che eviti i guai prodotti dai deliri di onnipotenza delle sovranità politiche”. Ti accontenteresti?

No.

Hai sottolineato la distanza da Scalfari e da altri quando affermano che “un programma del centrosinistra ormai esiste”, al di là dell’antiberlusconismo. Quale è la mediazione che manca perché un governo Prodi non duri tre mesi?

Una coalizione è fatta di teste diverse, forzate dal sistema maggioritario a ridurre le opzioni a due. In questo caso le aree del centrosinistra sono unite dalla opzione basilare, liberare il paese dalla Casa delle libertà. Ma sul che cosa mettere al suo posto non ci possono non essere, a oggi, che opinioni diverse. Prodi avrà votato sì alla Costituzione europea, Bertinotti no. Prodi appoggerebbe presumibilmente la Bolkestein, Bertinotti non credo, e via dicendo. Nel modello di società del primo dominano mercato e impresa, certo non in quello del secondo dove ogni misura andrebbe finalizzata al pieno impiego (non credo nel sistema di assistenze) e ai diritti del lavoro. E così via su scuola, sanità, welfare, laicità dello Stato. E non si tratta ormai solo di far dialogare due teorie diverse: le misure prese dalla Casa delle libertà hanno modificato il terreno. L’esempio più semplice: la legge 30 ha costruito una grossa rete di precariato e non basterà abolirla senza sostituirla, perché è da escludere che i precari vengano assunti a tempo indeterminato ed è più facile che, senza un’alternativa tutta da costruire, sprofondino al nero. Il tessuto sociale è gravemente guasto e un programma chiaro dei fini e dei tempi non c’è. Non delegherei Prodi a farlo da solo, il governo durerebbe appunto tre mesi. Ma non penso che un progetto di sinistra coerente sarebbe accettato dalla Margherita e dai Ds. Insomma è un percorso tutto da fare, e tutta da immaginare è la partecipazione ad esso dei non addetti ai lavori.

Come dovrebbe andare adesso la sinistra alle elezioni?

Deve andare a una coalizione mantenendo come punto di partenza la sua identità, che è costituita dalla rivendicazione delle libertà e dei diritti sociali. Piaccia o non piaccia questo l’ha legata al movimento operaio, e abbandonarlo significa perdere l’anima.

Cosa pensi di Bertinotti, del suo risultato, della possibilità di incidere o meno sul programma di Rifondazione?

Non penso niente, non credo che le primarie siano state usate da Bertinotti come da Prodi ai fini di un regolamento di conti interno.

Movimenti e sinistre associative sembrano dividersi nei confronti del dibattito sull’Unione tra imbarazzate reticenze, piattaforme di punti irrinunciabili, richieste di liste unitarie, invocazioni e disaffezioni. Il punto di caduta della loro capacità d’esserci è ancora il rapporto con i partiti. Condanna del Novecento, bisogno di “un nuovo paradigma della rappresentanza”?

L’investitura diretta di un personaggio è il grado zero della politica – per non dire una forma più gradevole di populismo. Ce n’è di ben intenzionati ma non mi piacciono lo stesso. Aggiungo che le elezioni hanno un senso come fotografia degli umori di una intera popolazione o città o regione, dei quali chi governa deve tenere conto ed è un errore catastrofico, sperimentato dai socialismi reali, abolirle. Nondimeno il rapporto fra il singolo atomizzato con il candidato che qualcuno gli propone è ben povero e volatile. I partiti sono una forma più matura permanente e partecipata di un’analisi e un progetto di società, un corpo intermedio fra sfera politica e società civile, che organizza il consenso intorno alle idee invece che alle persone. Oggi sono molto esorcizzati e poco corretti. Certo fare un buon partito e farlo funzionare democraticamente è un grosso lavoro, che impegna i militanti a fatiche che non si hanno più voglia di fare e i dirigenti a una umiltà e disponibilità al ricambio che sono sempre più rare.