Rossana Rossanda:«Non rimuovete la rivoluzione»

La rivoluzione russa compie domani ottantasette anni. Lo Stato nato dai famosi dieci giorni che sconvolsero il mondo non c’è più, l’Unione Sovietica si è dissolta, il blocco socialista dell’Est si è disintegrato e numerosi partiti comunisti nel mondo hanno nel frattempo cambiato nome e natura. Eppure anche la storiografia meno accomodante nei confronti della rivoluzione bolscevica non ha esitato, in questi ultimi anni, a identificare la data del 7 novembre 1917 con l’inizio del secolo breve e di un nuovo, inedito scenario mondiale. E, all’epoca, lo stesso movimento operaio guardò ai fatti di Russia come a un vero e proprio spartiacque nella maniera d’intendere la rivoluzione socialista: si lasciò alle spalle una visione evoluzionistica della storia che aveva finito per intrappolare la Seconda Internazionale nelle secche dell’attendismo. La lezione dell’Ottobre divenne un modello organizzativo per i partiti comunisti e dalla nascita dell’Urss prese forma un campo reale di forze capace, a sua volta, di generare altre rotture rivoluzionarie, non da ultimo nel Terzo Mondo. Cosa resta oggi, chiediamo a Rossana Rossanda, di quella lezione? Quale destino è toccato in sorte alla parola «rivoluzione», apparentemente soppiantata nel lessico politico attuale dal termine dirimpettaio «riformismo»?

La rivoluzione evoca in molti una dimensione utopica, separata dalla politica quotidiana. C’è in questo una debolezza teorica e propositiva della sinistra radicale?

Dal 1989 in poi la sinistra, o quella che si dice tale, si vergogna di parlare della rivoluzione d’Ottobre che abbatteva l’autocrazia russa e inaugurava uno stato operaio. Si vergogna anche di evocare il comunismo. Dà implicitamente per ovvio che non possa esistere un sistema di produzione collettivo moderno e una forma di potere condiviso. E pensa che non sia neppure augurabile. Caduta l’Urss, della quale prima non si doveva neanche vagamente dubitare, storia e teoria e degenerazioni di quella rivoluzione non sono state esaminate affatto, sono oggetto di esecrazione o (in pochissimi) di altrettanto inarticolata nostalgia.

Il “riformismo” è diventato una categoria della sinistra capovolgendo il senso che aveva: era “riformista” mutare gradualmente il dominio economico e politico del capitale, senza andare a una presa del potere fuori delle forme della legalità. Il fine, un sistema socialista, si presumeva comune. Sul modo di arrivarci c’è stata la grande diatriba fra socialisti e comunisti. Dopo gli anni ’80 si è chiamato “riformismo” non il tentativo di ridurre attraverso mezzi politici il potere e la libertà di movimento dei capitali, ma la “rigidità” dei diritti del lavoro, il welfare, nonché la struttura politica un poco più partecipata delle costituzioni postbelliche. Insomma, si parla d’altro.

Dopo il crollo dell’Urss una parte della sinistra ha spinto la critica teorica fino a negare le ragioni storiche dell’Ottobre. Altri cercano di salvare la purezza dell’idea di rivoluzione, retrocedendo alle spalle dell’Ottobre in una sorta di incontaminato grado zero. Un caso di rimozione politica?

Mi pare che “rimozione” sia la parola esatta – fare come se il problema non abbia avuto dignità di esistenza neanche in passato. I congressi di Rifondazione comunista si sono tormentati nel fissare un punto di riferimento: via via il marxismo originario, il movimento operaio, poi Berlinguer, oggi i movimenti, dichiarando esaurita la storia precedente. L’ultimo congresso è andato in questa direzione, liquidando la questione piuttosto che riattraversandola anche per metterla correttamente in archivio. Quanto a un ritorno alla “purezza”, che nella storia non si da’ mai, è stato un tema della contestazione trotzkista nell’Urss finché Trotsky non è stato ucciso. Diverso il tema del ritorno al marxismo – teoria e metodo che i partiti comunisti hanno poco usato (e si potrebbe capire e spiegare perché). Secondo me la analisi del 1917 e di quel che ne seguì negli anni ’20 e ’30 sarebbe di grande utilità. Le rivoluzioni antimperialistiche non hanno quasi nulla a che vedere con la rivoluzione d’ottobre, e neppure se lo proponevano. Quanto a teoria e metodo di Marx sarebbero molto utili anche per capire i mutamenti di oggi.

Oggi c’è chi prospetta una trasformazione molecolare della società al di fuori del potere e sostiene che la rivoluzione non può più coincidere con la conquista delle leve dello Stato nazionale. Ma è poi così vero che gli Stati nazionali abbiano perso la propria funzione a vantaggio di un astratto comando capitalistico?

Se non ha per obiettivo il cambiamento del potere economico e di quello politico, che cosa è la rivoluzione? Si possono rivoluzionare i rapporti personali fra uomini, uomini e donne, gli atteggiamenti e i valori – cosa fondamentale che però, a mio parere, sono e hanno da restare tangenziali alla politica. Senza prenderne le redini non si muta il sistema di produzione e quello dello stato, tantomeno i grandi sistemi proprietari e politici sovranazionali. Si può vivere meglio di quanto si viva ora anche dipendendo da questo sistema economico e politico? Probabilmente sì, almeno se non si è del tutto marginalizzati. Ma è un altro discorso. Quanto al comando capitalistico è quel di meno astratto che esista.

Ernest Mandel, nella sua storia dell’Ottobre, scriveva che nelle condanne astratte della violenza rivoluzionaria si nasconde un pregiudizio di classe: la violenza di chi detiene il potere è normale, quella delle classi popolari è inaccettabile. Del resto, oggi nessuno si sognerebbe di negare valore alla rivoluzione francese attraverso un computo statistico dei morti…

Se per violenza si intende scontro fisico, sangue, ammazzamenti la rivoluzione d’Ottobre non ne ha avuti. Le rivoluzioni nazionali non hanno l’Ottobre come modello. La rivoluzione cinese nasce nel corso d’una guerra all’invasione giapponese e contro una repressione sanguinosa. Più in generale Mandel ha ragione: scandalizza la violenza dei ribelli non quella dei potenti che sembra quasi un processo naturale. Oggi il processo alla violenza delle rivoluzioni nasce come bisogno di capire perché esse siano (a volte) degenerate, non tocca a mio avviso le cause effettive, e diventa un processo alla rivoluzione in quanto tale. E’ un modo di scansare una domanda vera.
Quella gandhiana è una rivoluzione?

No. Non è stata una rivoluzione se non delle menti e transitoria.