Roma, un tempio aperto alla gioia delle arti

Non staremo a discutere se è meglio costruire un ospedale, una scuola o una chiesa. La chiesa del Santo Volto di Gesù a Roma è quasi ultimata. Ed è situata fra via Caprese e via della Magliana. In un quartiere della periferia romana, di quelle periferie che tuttavia, non possiamo non dirlo, di teatri, di scuole, di biblioteche e di agorà avrebbero bisogno. La “chiesa nuova”, così la chiamano gli abitanti del quartiere, va salutata senza polemiche perché rappresenta un punto di riferimento certo per i fedeli che l’hanno voluta e rappresenta, soprattutto, una occasione di brillante sintesi fra arte e architettura.
Dice Piero Sartogo che, con Nathalie Grenon, ha progettato la nuova chiesa del Santo volto di Gesù: «La cosa più forte è l’angolo fra via Caprese e via della Magliana, tutto il progetto parte da lì. Il sagrato si affaccia sulla città, in un gesto di accoglienza, con una fuga che si restringe e converge verso una grande croce, punto generatore di tutta la configurazione architettonica. Visto dall’esterno il sagrato è una via da seguire verso la croce, dalla croce la prospettiva si apre in un abbraccio verso la città».

E’ questa sensazione, felicemente resa, di apertura e di disponibilità alle contaminazioni e al dialogo che ci piace. Da laici, riteniamo che tutti debbano poter esprimere le proprie convinzioni, le proprie idee, le proprie fedi. L’importante è che questo si faccia senza arroganza, senza prepotenza, senza la pretesa di decidere per gli altri, di decidere chi sono gli altri. Solidarietà, pace, giustizia sociale del resto sono obbiettivi che, laicamente appunto, possono essere perseguiti da cattolici praticanti, da miscredenti, da atei e da fedeli di altre religioni.

C’è un’altra cosa che di questo progetto ci ha convinto e cioè la ripresa della prassi secolare, pressoché abbandonata, di concepire il tempio come un opera corale in cui architetti ed artisti interagiscono, saldando in un unicum irripetibile pittura, scultura e architettura.

E così Carla Accardi ha realizzato, nella vetrata fra la cappella feriale e l’aula che accoglie l’assemblea dei fedeli, una trama astratta e curvilinea che è un esempio della sua pittura aniconica. Chiara Dynys ha proposto due elementi scultorei fatti di nulla, di vuoto e di luce, nella galleria delle catechesi, rivisitando le parole di sant’Agostino. Il grande Jannis Kounellis ha portato a termine un progetto che vede inciso nella massa di una fusione in ghisa il viso del Christus Pathius che ancora deve essere collocato nell’enorme vetrata circolare, posta dietro l’altare maggiore. Eliseo Mattiacci sfida i riflessi del sole con una croce collocata all’esterno della chiesa nella sua parte posteriore. Mimmo Paladino ha creato, in ceramica smaltata, le formelle di una personale Via Crucis che ripercorrono i tratti della sua più tipica iconografia. Il giovane Pietro Ruffo ha prestato il suo volto, in trasparenza, per rappresentare con efficacia quello di Gesù nei due confessionali. Marco Tirelli, nella ambulacro in asse con il rosone, ha dipinto a parete una sfera di luce emergente dalle tenebre cosmiche. Giuseppe Uncini ha usato i suoi tipici tondini di ferro, liberati questa volta dal cemento, per perimetrare i confini dell’edificio.

L’insieme di questa pregevole sintesi fra architettura e arte vivacizzata da pareti colorate e da banchi e sedie non arcigni ma accoglienti, quasi domestici, contribuisce a restituire un’atmosfera gioiosa, ispirata a un concetto di comunità non asserragliata su posizioni difensive e ostili verso il resto del mondo.

Questo fatto ancora ci piace perché fa giustizia di tutti i falsi problemi agitati opportunisticamente da chi usa la categoria dello scontro fra civiltà e religioni per difendere i propri miserabili interessi di potere.