Roma e Pisa al centro del sistema delle rendition Usa

Il rapporto di Amnesty International «Stati Uniti d’America, Sotto il radar: voli segreti verso la tortura e la sparizione» conferma quanto il manifesto aveva rivelato oltre un mese fa (v. articolo di S.Finardi, 3 marzo): il fatto che diversi aeroporti italiani, civili e militari, sono stati segretamente usati dalla Cia per trasferire prigionieri da un centro di detenzione all’altro per essere interrogati sotto tortura ed eventualmente eliminati.
L’aeroporto di Pisa (limitrofo alla base Usa di Camp Darby) è stato usato due volte da un Boeing 737 con il quale, tra il novembre 2002 e il settembre 2005, la Cia ha trasferito prigionieri tra Afghanistan, Medio Oriente ed Europa. Questo aereo, in grado di trasportare 127 persone, è stato prima registrato dalla Stevens Express Leasing Inc., quindi dalla Premier Executive Transport Services e infine dalla Keeler & Tate Management. Attraverso queste compagnie ombra e il cambio di sigla (prima N313P, poi N4476S), la Cia ha cercato di far perdere le tracce dell’aereo e della reale natura dei suoi voli.
Un altro aereo, un Gulfstream V executive jet in grado di trasportare 18 persone, ha fatto scalo per quattro volte a Roma tra il 2000 e il 2005. Anch’esso è stato registrato più volte da compagnie ombra con sigle diverse (N379P, N8068V, N44982). A Roma ha fatto scalo per tre volte anche un Gulfstream III (22 posti), registrato con sigle diverse da due compagnie ombra, MJG Aviation e Presidential Aviation, successivamente dissolte. Sempre a Roma ha fatto scalo nel febbraio 2003 il Gulfstream IV con cui l’imam Abu Omar, rapito dalla Cia a Milano e trasferito dalla base di Aviano a quella di Ramstein, è stato trasportato dalla Germania in Egitto dove è stato sottoposto a ripetute torture (iniziate probabilmente già ad Aviano). Anche questo aereo è stato registrato da due diverse compagnie ombra (Assembly Point Aviation Inc. e Richmor Aviation) con due diverse sigle (N85VM e N227SV). Come ha già documentato il manifesto, anche altri aeroporti italiani (quelli di Venezia, Milano, Brescia, Firenze e Napoli) risultano utilizzati per i voli segreti della Cia.
Non si può pensare che questi aerei siano transitati (e probabilmente continuano a transitare) negli aeroporti italiani senza che le competenti autorità civili e militari si siano accorte di niente. E’ evidente l’esistenza di una rete di copertura che ha permesso l’uso del nostro territorio per il programma segreto della Cia. Che l’attuale governo cerchi di nascondere la cosa è naturale. Non è invece naturale che chi si presenta con un programma alternativo taccia su un fatto di tale gravità: l’Italia è coinvolta come complice in un programma segreto attuato in dispregio delle più elementari norme del diritto internazionale. La documentazione di Amnesty International riporta in primo piano un nodo politico che va ben al di là degli episodi denunciati: se l’Italia debba restare sulla scia della politica di guerra portata avanti da Washington o debba prendere le distanze. Per fare questo non basta un eventuale ritiro delle truppe italiane dall’Iraq. Occorre sganciare l’Italia dal carro da guerra statunitense. Ma per fare questo si dovrebbe affrontare la triplice questione (elusa nel dibattito elettorale) della presenza militare Usa in Italia, del nuovo ruolo della Nato e del nuovo modello di difesa.
Dove ci porta l’alleanza-sudditanza con gli Stati uniti non è un mistero: nella National Security Strategy 2006 la Casa Bianca ha ribadito che «l’America è in guerra», la «guerra al terrore» che è appena all’inizio, in cui intende usare sia la forza militare sia «gli altri strumenti della potenza nazionale». Tra questi la National Intelligence, diretta dall’ex ambasciatore in Iraq John Negroponte, che raggruppa ben 15 agenzie coordinate dal «Servizio clandestino nazionale», settore trasversale supersegreto con base alla Cia con il compito di coordinare «la crescente attività di spionaggio e operazioni coperte condotte dal Pentagono e dall’Fbi su scala mondiale».