Roma, 50 mila anti-Bolkestein Senza l’Unione

Cinquantamila persone hanno sfilato ieri per le strade soleggiate di Roma nella giornata europea contro la direttiva sulla liberalizzazione dei servizi. «Stop Bolkestein». Ma dietro a quello striscione di apertura, decine di migliaia di «sì». Sì all’Europa. Ma ad un’Europa dei popoli e dei diritti. Ad un Europa democratica. E’ anche per questo che «i cinquantamila» che hanno partecipato alla manifestazione, parlavano ieri alla politica. Alla nostra politica. E a quel centro sinistra che oggi ha chiamato tutti a votare per le primarie. Ma che ieri, se non nelle sue componenti di sinistra (Rifondazione Comunista, Verdi, Pdci e una delegazione della sinistra Ds), era assente.

Oltre 150 comitati e associazioni provenienti da tutta Italia hanno aderito alla giornata di mobilitazione. Facendo sfilare, lungo il corteo che si è snodato da piazza della Repubblica a piazza Navona, una molteplicità di battaglie locali e nazionali. Tutti avanzando però, dietro alla richiesta di un modello pubblico, una propositiva domanda di democrazia e partecipazione.

«A chi la volete dare a bere», era uno degli striscioni del corteo. Quello dei comitati e dei coordinamenti per la «ripubblicizzazione» dell’acqua – «e non contro la privatizzazione» sottolineavano in molti. Il simbolo di un bene che deve essere pubblico e inalienabile, dicevano, e che invece oggi mostra le conseguenze di molte sperimentazioni neoliberiste.

Molte delle società che gestiscono gli acquedotti e la distribuzione dell’acqua, un tempo pubbliche, sono state privatizzate «quando la direttiva Bolkestein nemmeno esisteva». A Latina – racconta Mauro Riccardi, del Roma nord-est social forum – con la privatizzazione le tariffe sono triplicate. Ad Aprilia l’acqua del rubinetto non si può più bere, è diventata «impotabile», «perchè quando c’è il privato di mezzo, gli investimenti e i controlli sulla qualità diventano beghe burocratiche». E la qualità del lavoro pure. In Toscana, che è stata la prima regione italiana ad adottare nel 1994 la gestione pubblico-privato, i vari comitati hanno raccolto 43 mila firme per una legge di iniziativa popolare per la ripubblicizazione dell’acqua. E chi dovrà rispondere saranno anche gli enti locali, che ieri hanno costituito una rete contro la direttiva europea, ma che in tempi non lontani hanno aperto le porte al vento neoliberista.

Dietro, Legambiente, altre decine di comitati, e un foltissimo spezzone di studenti. Dalla «Sapienza occupata» ma anche da altre facoltà. E insieme a loro, docenti, ricercatori. Roberta, che frequenta la facoltà di economia a Roma Tre, è arrivata in corteo con pochi compagni. «Lì da noi la protesta non trova ascolto, professori e ricercatori se ne fregano». I crediti? «Sembra di giocare una schedina».

E poi la Cgil con tutte le sue categorie, i sindacati di base, Attac, Arci, i giovani comunisti, sinistra giovanile, Mani Tese, Beati costruttori di pace. I «diritti del lavoro», in piazza nelle voci di tutti. Diritti sotto attacco in molti singoli paesi dell’Europa, e di cui la direttiva Bolkestein, con il principio del «paese di origine», vorrebbe fare man bassa.

Centinaia di sigle hanno composto ieri a Roma, come in molte altre città europee, quel movimento che, dopo le grandi manifestazioni contro la guerra, ha raccolto una sfida forse più complessa. La direttiva europea, che vorrebbe la totale mercificazione di beni pubblici e del lavoro, arriverà in discussione al parlamento europeo agli inizi di gennaio. «Allargare l’Europa, allargando i diritti» hanno chiesto. Una domanda che la politica, nemmeno quella nostrana, non potrà ignorare.