Rom, cittadini senza diritti. Gioventù (zingara) bruciata

Il 2 dicembre 2006, nel campo rom (villaggio attrezzato lo chiamano gli amministratori) di Via dei Gordiani a Roma, un incendio ha devastato il container in cui vivevano Sale e Ljuba, 16 e 17 anni. Il 31 dicembre mentre i botti solitari precedevano l’artiglieria corale della mezzanotte, a Milano in Via Triboniano, un fuoco meno pirotecnico ha inaugurato il 2007 per i Rom che risiedevano nel ”campo storico” del capoluogo lombardo. Un bambino è rimasto intossicato.
Il 3 gennaio 2007, un altro incendio, questa volta a Orta di Atella, in provincia di Caserta, ha incenerito la baracca in un cui Cristina e Nicolae, 15 e 16 anni, dormivano. Altre due morti inevitabili e imprevedibili per la cronaca più recente. Al campo di Via dei Gordiani, a un mese esatto dalla tragedia, non sono stati ancora rimossi i resti contorti del container bruciato, nonostante l’intervento sia stato sollecitato più volte dopo i funerali dei due ragazzi. La famiglia di Sale, i genitori, le due sorelle e una nipotina, sopravvissuti all’incendio, sopravvive ancora male, al dolore e all’indigenza. Sono ancora tutti ”ospiti” sparpagliati nei container dei parenti. «Per noi, va bene. Proviamo ad aiutarli, ma non ce la facciamo a pensare a tutto. Dopo l’incendio nessuno più si è fatto vedere, né sentire». Tomislav Duric, zio di Sale, non è uno avvezzo alle lagne. Da quando è iniziata questa storia maledetta il senso ineluttabile del ”nulla cambia, anzi peggiora” non lo si può spiegare, solo si resta tramortiti. Sarà per questo che non c’è rabbia nelle sue parole, ma tristezza. La richiesta di un nuovo container, rassicura Tonino Vannisanti, assessore alle Politiche Sociali del VI°Municipio, è stata inoltrata al V°Dipartimento del Comune di Roma e ”compatibilmente” con i tempi della burocrazia il container arriverà. Si sa come vanno queste cose. E poi di mezzo ci sono state le festività natalizie! Eppure il cordoglio delle alte cariche istituzionali, la decisione di conferire a Sale una medaglia al valor civile, eroe suo malgrado, ma non per caso (d’accordo il sindaco dei lustri capitolini), avevano fatto ben sperare in una reazione immediata delle istituzioni, che almeno riparasse ai danni materiali provocati dall’incendio. E invece no! Sembra che il solo responsabile delle tragedie nei campi attrezzati per rom e nelle baraccopoli ”spontanee” sia il tempo della burocrazia (la violenza cieca dell’estrema destra e della diffusa cultura razzista, quella no, quella è solo l’incontinente frustrazione di altrimenti quieti sebbene esasperati e produttivi cittadini italiani). Dicevamo dell’assassino, il tempo della burocrazia, che nell’eternità delle attese fa diventare smemorati. Non è lontano infatti il 26 aprile 2006, quando è stata resa pubblica la decisione del Ceds (Comitato europeo per i diritti sociali). Una decisione che condanna il governo italiano, nelle politiche e nelle prassi, per la sistematica violazione del diritto dei Rom e dei Sinti ad un alloggio adeguato. La decisione del Ceds era basata su un reclamo collettivo presentato dall’Errc (European roman rights center) contro l’Italia e motivato sulla base dall’articolo 31 letto congiuntamente all’articolo E della Carta sociale europea riveduta. In sintesi la decisione del Ceds rammenta che l’articolo 31 garantisce l’accesso ad abitazioni adeguate; che è obbligo per gli Stati Parte adottare misure appropriate per la costruzione di abitazioni, in particolare di alloggi sociali e che gli Stati devono assicurare l’accesso ad abitazioni di edilizia pubblica a gruppi svantaggiati, incluso un accesso equo a cittadini di altri stati firmatari della Carta che risiedono legalmente o che lavorino regolarmente sul proprio territorio. E dire che il governo italiano (allora di Berlusconi) aveva chiesto al Comitato di considerare infondato il reclamo in tutti i suoi aspetti non potendo contemplare i Rom e i Sinti tra i cittadini stranieri ”legalmente residenti” e aggiungendo che per quanto riguardava i cittadini rom italiani era impossibile distinguerli dal resto della popolazione rom e sinta perché si potesse procedere all’applicazione dell’art 31 letto congiuntamente all’articolo. I brividi provocati dall’arroganza e dalla volgarità delle argomentazioni utilizzate dal governo Italiano nella difesa è pari solo allo sgomento che si prova nel constatare ancora una volta la pigrizia dell’assassino – il tempo burocratico – nei contesti di emergenza e di disagio conclamati. A tal punto sgomenti da riconoscere quasi come efficienza le rassicurazioni contenute nelle dichiarazioni di Mariolina Moioli, assessore alle Politiche sociali del comune di Milano. Solo tre settimane per 33 container, mentre a Via dei Gordiani, una famiglia ne aspetta uno da un mese?! Ma alla meraviglia per l’efficienza lombarda, segue per forza l’indignazione per quei riferimenti alla legalità e alla sicurezza cui fa appello la signora Moratti, sindaca di Milano.
Alla fine, l’allestimento dei campi attrezzati per famiglie rom passa sempre come soluzione addirittura meritevole nelle scelte politiche dei governi locali. In cambio i rom dovranno siglare un Patto di legalità e socialità che li impegna a responsabilizzarsi rispetto questo dono inatteso dopo la scampata tragedia. Come se serie politiche di accoglienza, di media-azione e di relazione non dovessero prima di tutto garantire il rispetto dei diritti di cittadinanza, fra i quali quelli sociali come lo è il diritto ad una casa appunto, il che implicherebbe sì un impegno di responsabilità, ma preventiva delle istituzioni per la sicurezza e la legalità. Certo. La legalità se questa fosse intesa non solo come adempimento dei doveri, in essere peraltro là dove sussistano garanzie e prassi dei diritti, non nella dimensione campo, dove è principio assunto la sospensione del principio di reciprocità tra singolo e sistema statuale.
La storia sa essere anche una cattiva maestra, ecco perché si ripete identica. A Via dei Gordiani nel 2002, un incendio devastò oltre 50 baracche. Quella volta non ci furono né morti né feriti. E quando nel luglio dello stesso anno finalmente furono ultimati i lavori dell’Acea, l’ex presidente del VI°Municipio, Vincenzo Puro chiese ai capofamiglia e agli assegnatari dei container di firmare un altro Patto Sociale. Sono passati 4 anni e mezzo, la promessa ”di favorire il passaggio a soluzioni abitative stabili” (case popolari, contributo per l’affitto, mutui agevolati, etc. secondo le regole e le modalità comuni a tutti i cittadini) – così recita il Patto – è stata disattesa senza nemmeno chiedere scusa, se non altro per il tempo troppo lungo della burocrazia.
In 4 anni e mezzo, però, a Via dei Gordiani, come non c’è dubbio e accaduto e accadrà altrove, l’ordine e la legalità sono stati assicurati da indiscriminate espulsioni dei residenti, di controllo in controllo intrappolati nella rete dell’iperlegalismo amministrativo basato sul possesso di uno straccio di permesso di soggiorno e da reclusioni preventive in quegli altri campi di cui il sistema Italia e il sistema Europa non sanno vergognarsi abbastanza: i Cpt. Resta da chiedersi se si stiano vergognando quanti costringono con deliberato paternalismo politico e vigliaccheria del pensiero tutti i rom cittadini (italiani e non) nella condizione di cittadini senza diritti di cittadinanza; quanti costringono un’intera generazione di giovani nati e cresciuti in Italia imprigionata nel limbo dell’apolidia forzata, privata del diritto ad acquisire la cittadinanza italiana, in nome del relativismo delle leggi. Sale e Ljuba, se la fortuna li avesse assistiti, non avrebbero potuto acquisire la cittadinanza italiana nemmeno con i pre-requisiti indicati dalla proposta di modifica alla legge sulla cittadinanza presentata il 4 agosto 2006 dal ministro Amato, condizionata com’è dal possesso di un reddito da parte di uno dei genitori del minore nato in Italia. Cristina e Nicolae erano cittadini rumeni, da tre giorni appena cittadini europei, che in Italia significa ancora europei con riserva.

*Karaula MiR – Migrazioni Resistenze