Rockpolitik. La televisione delle libertà

L’Italietta delle censure televisive era e rimane al settantasettesimo posto nel mondo per la libertà di stampa, fra Bulgaria e Mongolia, ma almeno per una sera è sembrato un Paese libero, grazie a Celentano. Grazie da parte del pubblico della Rai, trattato come un deficiente per quattro anni da un potere arrogante eppure debolissimo.
Che «ha paura delle parole», come dice Celentano, e quindi dell´informazione, della satira, perfino di un cantante con l´hobby del comizio.
La temutissima comparsa di Michele Santoro a Rockpolitik, che da settimane tormenta la maggioranza di governo, si è risolta in pochi minuti, qualche battuta, un filo di retorica e molta civiltà.
Celentano non ha filosofeggiato, si è limitato a una breve cronaca. Ha mandato in onda il proclama bulgaro di Berlusconi contro Biagi, Santoro e Luttazzi, ch´era stato amorevolmente nascosto dai telegiornali dell´epoca e s´era ammirato soltanto a Blob. Nel rivederlo, si capisce la ragione. È uno dei documenti più avvilenti, miserabili, volgari della recente storia italiana. Un presidente del consiglio che ordina il licenziamento di due giornalisti e un comico ai sottoposti nominati alla guida della tv di Stato e naturalmente lo ottiene subito. Roba che sta appunto fra la Bulgaria e la Mongolia. Poi si son viste alcune grottesche d frasi di padroncini Rai presenti e passati, fra le quali spiccavano l´annuncio di autosospensione del direttore di Raiuno Del Noce (ormai un culto come Totò e Peppino che vendono la fontana di Trevi) e un estenuante e al solito insensato distinguo di Lucia Annunziata. Quindi è comparso il conduttore proibito, Michele Santoro, che se l´è cavata con un breve inno alla libertà, tanto non c´era molto da aggiungere alla forza delle immagini. Celentano ha chiuso nel modo migliore, senza un commento si è messo a cantare «Azzurro», una delle più belle poesie e canzoni italiane d´ogni tempo.
Soltanto una finestra, in uno show un po´ lungo ma molto bello, forse il migliore visto in tv negli ultimi tempi.
Ora la scommessa è vedere se tanto poco varrà a scatenare la solita reazione isterica delle centinaia o migliaia di addetti alla manutenzione del culto berlusconiano sparsi fra palazzo e giornali. Certo, l´effetto «re nudo» è stato forte, come direbbe Celentano. È bastata una piccola passeggiata nella libertà, pochi minuti di televisione sincera per smascherare anni di finzione. Per far ingiallire di colpo le stagioni televisive di servi contenti piazzati ovunque e ai quali c´eravamo ormai rassegnati, come fossero normali.
Ma non sono normali il Tg1 trasformato in un cinegiornale di Forza Italia, il Tg2 ch´è un supplemento video del «Secolo d´Italia», i galoppini sconosciuti messi al posto di Biagi, quel programma radio «Zapping» dove c´è un microfono aperto che si chiude di colpo appena un ascoltatore, miracolosamente sfuggito al filtro redazionale, osa criticare il governo, incorrendo nell´ira poliziesca del conduttore. Quindi grazie a Celentano di aver ricordato che si può fare televisione libera e non bulgaro-mongola, anche se soltanto per pochi minuti, il giovedì sera. Pazienza se il furbo Meocci, nuovo direttore generale, sbandiera quei pochi minuti come una patente d´indipendenza. Quanti gli avranno creduto fra i milioni di spettatori di Rockpolitik? La verità è che il progetto di regime è già fallito nel Paese reale, se non nella virtualità del regno televisivo. Un potere ormai impopolare oggi non poteva permettersi il lusso di censurare uno come Celentano.
Il gesto di Adriano chiude in fondo la parabola cominciata nel marzo del 2002. Con la cacciata di Biagi e degli altri, Berlusconi aveva dato un avvertimento a tutti, segnato il territorio padronale con nuovi paletti. Ieri sera i paletti sono saltati, Celentano ha dimostrato che si può tornare a lavorare in libertà, almeno in uno show. C´è soltanto da sperare che il personaggio più imitato d´Italia stavolta trovi dei degni emulatori.