Rivoluzione open source

Alla base dell’open source ci sono: una tecnologia che permette di immagazzinare e trasmettere informazioni in grande quantità e in modo veloce e affidabile, e un modo di pensare secondo il quale, rendere disponibile al maggior numero di persone la maggiore quantità di informazione e invitarle alla collaborazione, arricchisce la comunità intera.
Se ciò ben si adatta al software, altrettanto bene funziona con la produzione artistica e culturale riproducibile in formato elettronico, principalmente film e musica. Il contenuto di Cd e Dvd può essere estratto e memorizzato sul computer, e condiviso (con l’ausilio di applicazioni dette appunto di “file sharing”) su internet in modo da consentire a tutti di ottenerlo senza altro costo che non sia quello di connessione. Il problema, proprio come nell’open source è come garantire la tutela dell’autore in quanto detentore di merito per la creazione dell’opera e soggetto che intende trarre il proprio sostentamento dall’attività artistica. E’ probabilmente possibile risolverlo, mantenendo al contempo gran parte dei vantaggi ottenuti dalla notevole riduzione dele mediazioni (case discografiche, distributori, rivenditori…) solitamente interposte fra autore e fruitore: basta coi costi ipertrofici della vendita al dettaglio, fine dell’era di prosperità per quei prodotti confezionati allo scopo di massimizzare il profitto, si moltiplicano gli stimoli alla creatività e il pubblico acquista una maggiore libertà di perseguire i propri interessi, siano essi la Nouvelle Vague o il cinema orientale.
La disperata lotta per la sopravvivenza ha attivato soprattutto le major discografiche, che, senza andare troppo per il sottile, hanno investito ingenti risorse e mobilitato il loro potere di lobby per annientare queste tecnologie, tormentando fino allo sfinimento in battaglie legali i curatori dei progetti (celebre la chiusura di Napster; in questi giorni analoga sorte è toccata a WinMx e al server principale di eMule), ottenendo sentenze che hanno molto fatto discutere (vedi box) e leggi retrive (ad esempio il decreto Urbani), aderenti con pervicacia e volontaria miopia al tradizionale concetto di diritto d’autore.
E’ interessante notare che gli editori si guardano bene dal dichiarare di agire in salvaguardia dei propri privilegi, e si ergono invece a paladini della causa degli autori, quando la maggior parte di questi ultimi riceve solo le briciole dai ricavi delle vendite. Riguardo alle star mondiali si può osservare che hanno tutto l’interesse alla massima diffusione (anche gratuita) dei loro tormentoni poiché una grossa fetta dei loro introiti proviene dallo sfruttamento della loro immagine e che, d’altra parte, il danno economico relativo al calo delle vendite è davvero risibile rispetto al loro reddito. Ma poiché sono un prodotto letteralmente fabbricato dalle major della musica, una crisi del tradizionale mercato discografico metterebbe probabilmente in discussione il loro status dorato di performer preconfezionati da consumo, ed ecco spiegato perché molti di essi hanno appoggiato la crociata dei loro produttori.
Anche se alcuni musicisti veri e propri hanno abboccato alla chiamata corporativa degli astuti editori musicali, molti altri (ad esempio Daniele Sepe) hanno colto il nocciolo della questione e hanno ammesso che se avessero dovuto pagare per ogni loro fonte di ispirazione, probabilmente non sarebbero mai riusciti a fare qualcosa di loro.
Ovviamente c’è anche chi ha capito che, se opportunamente sfruttate, le nuove tecnologie possono fruttare bene. E’ il caso di diverse celebrità che hanno messo con successo in vendita i propri singoli direttamente sui propri siti web. Ma il boom vero e proprio riguarda l’ormai celeberrimo iPod. Con grande lungimiranza, il guru di Apple Steve Jobs ha affiancato al suo lettore portatile di musica digitale (mp3 e non solo) un portale web dal quale scaricare a prezzi modici i pezzi da ascoltare, e la formula è piaciuta tanto da indurre i concorrenti ad apprestarsi a fornire servizi analoghi.
Sembra dunque che la diga si stia incrinando, ma è importante non lasciarsi fuorviare da soluzioni, che, pur avendo dei lati positivi, restano una forma tecnologicamente avanzata di speculazione sulla creatività. Esistono altre realtà che oppongono allo strapotere della proprietà intellettuale modi diversi di intendere i rapporti di produzione artistico-culturale e si curano di mantenere disponibile gratuitamente il materiale di pubblico dominio o rilasciato sotto licenza aperta. Le opere di Machiavelli o di Pirandello, ad esempio, sono liberamente scaricabili da www.liberliber.it .
E a breve partirà un analogo progetto che riguarda la musica http://www.liberliber.it/progetti/libermusica/index.htm .
Su http://www.autistici.org/it/categoria.html?cat=19 e http://www.autistici.org/it/categoria.html?cat=12 liste di siti che ospitano autoproduzioni, materiale informativo sul copyright, notizie di iniziative, archivi musicali (imperdibile mp38 www.inventati.org/mp38 ).
La licenza aperta di cui si parlava prima, che consente la libera distribuzione delle produzioni culturali contemporanee è in gran parte dei casi la CreativeCommons (www.creativecommons.org). Il suo eloquente motto (“alcuni diritti riservati” – contrapposto al “tutti i diritti riservati” che caratterizza il copyright) ben descrive la flessibilità di una restrizione che intende essere meno limitativa possibile e volta solo alla legittima tutela dell’autore.
E’ importante tenere sempre presente questo spirito, per districarsi nella complessità dell’argomento e riconoscere le aberrazioni che gli speculatori impongono o vogliono imporre. Due casi per rendere l’idea. Il primo: da qualche anno il prezzo di Dvd e Cd vergini è sensibilimente aumentato. La causa è un bell’esempio di gabella preventiva: poiché la SIAE presume che essi verranno usati per conservare illegalmente opere protette da copyright, si prende dei soldi al momento dell’acquisto. Non sono previsti rimborsi se su quei Cd incidete i pezzi del vostro gruppo o distribuite una raccolta dei vostri scritti. Il secondo: da qualche tempo è in discussione una normativa europea che, con buona pace degli appelli a incentivare la cultura, prevede un pagamento obbligatorio per prendere in prestito i libri delle biblioteche. Per tutelare gli autori, naturalmente.