Rivolta sciita in nome del Mahdi, 300 morti

Nei giorni in cui centinaia di migliaia di pellegrini sciiti sono in cammino verso Kerbala per ricordare il sacrificio di Hussein, figlio di Ali il fondatore dello sciismo, lanciatosi con i suoi 72 compagni contro i 4.000 arcieri e cavalieri del Califfo Omayade, Yezid, in quelli stessi luoghi, a Najaf, quasi a rivivere quell’immane tragedia del 680 D.c., circa 700 seguaci – uomini, donne e bambini – di una misteriosa e sconosciuta setta millenarista, «Esercito del paradiso», decisi a fare piazza pulita di tutta la leadership religiosa sciita, hanno combattuto disperatamente per tutta la giornata di domenica contro le forze americane e irachene appoggiate da carri armati e elicotteri d’assalto.
Al termine degli scontri, che hanno avuto luogo nei palmeti vicino all’Eufrate, sulla piana di Zarqa, a pochi chilometri da Najaf, mentre la zona era frustata da una violenta tempesta di sabbia, sarebbero rimasti sul terreno almeno 300 cadaveri, membri della setta. «Molti ingenui che li avevano seguiti negli ultimi giorni», come hanno sostenuto le autorità locali, e le loro famiglie, fatti a pezzi dalle cannonate e dai mitragliamenti aerei. Altri cento sarebbero stati arrestati. Degli altri, fuggiti nella tempesta di sabbia, non ci sarebbe traccia. Tra le forze irachene vi sarebbero stati una ventina di morti, mentre gli americani hanno registrato la morte dei due piloti di un elicottero abbattuto dagli insorti. Due caduti che si vanno ad aggiungere agli altri sei soldati uccisi nel corso delle ultime ore in Iraq, in particolare nella ribelle provincia di Anbar e nella stessa capitale.
La battaglia è iniziata alle prime luci dell’alba nei pressi di un’oasi dove i membri della setta, provenienti da Hilla, Kut, Amarah e altre province del centro-sud dell’Iraq a maggioranza sciita, si erano accampati con i loro seguaci in attesa – hanno sostenuto le autorità locali sciite – di attaccare Najaf al culmine delle celebrazioni dell’Ashura, la principale ricorrenza sciita che ricorda il sacrificio di Hussein, per uccidere l’ayatollah al Sistani e gli altri tre tre Marja «fonti della massima ispirazione» per tutti gli sciiti, e occupare il mausoleo dell’Imam Ali. Quest’ultimo è il luogo più santo per gli sciiti dal momento che Ali, cugino e genero di Maometto e padre di Hussein, è per questa corrente minoritaria dell’Islam il legittimo erede di Maometto.
L’eliminazione dell’intera leadership religiosa sciita, non solo avrebbe decapitato il governo iracheno e annullato il patto stabilito dai marja con gli Usa, ma avrebbe anche lasciato l’intera comunità senza coloro i quali, dopo studi ultradecennali nelle scuole sotterranee scavate nelle rocce sotto la città di Najaf – da sempre centro di mille intrighi e uccisioni per acquisire la sapienza e il potere nella comunità sciita della quale questa cittadina è il centro – che hanno il monopolio della Ijtihad, della possibilità di «interpretare» il messaggio dell’Islam. Una scomparsa che avrebbe praticamente spostato il centro dello sciismo da Najaf alla sua perenne concorrente iraniana, la città di Qom. L’uccisione degli ayatollah di Najaf sarebbe stata vista dai membri dell’Esercito del cielo come una prima manifestazione concreta del ritorno del Mahdi. Del ritorno in Iraq, dilaniato dalla guerra e dagli scontri interni, della giustizia e della serenità. Il Mahdi è infatti il dodicesimo Imam scomparso misteriosamente a Samarra nel nono secolo e da allora atteso dagli sciiti come una sorta di Messia. Una figura che i seguaci della setta avevano individuato proprio nel loro capo, anche lui ucciso nella battaglia di domenica, che si sarebbe fatto chiamare Mhadi bin Ali bin Abi Taleb. In realtà si sarebbe trattato di un quarantenne religioso sciita della vicina città di Diwaniya di nome Ahmed Hassan al Yamani. Sconosciuto a tutti tranne che alle autorità di Najaf, dove avrebbe avuto un suo ufficio chiuso il mese scorso dalla polizia locale emanazione del partito sciita filo-iraniano e filo-Usa al potere in Iraq, il Consiglio supremo per la Rivoluzione Sciita in Iraq. Formazione che, per bocca del suo segretario, Abdel Haziz al Hakim, ha chiesto ancora ieri la divisione dell’Iraq con la formazione nel centro-sud di una repubblica islamica legata all’Iran e che, si dice, vedrebbe di buon grado lo spostamento nella città santa iraniana di Qom della stessa marjaiya. La setta millenaristica dei Soldati del paradiso, che avrebbe raccolto molti seguaci nelle ultime settimane, sarebbe stata ben armata e i suoi membri avrebbero combattuto valorosamente, a piccoli gruppi, per tutta la giornata nonostante la sproporzione delle forze in campo. Il movimento, pur se di ispirazione sciita, predicava – cosa di questi tempi piuttosto rara in Iraq- l’unità tra sunniti e sciiti in un unico Islam senza più gerarchie religiose né sociali. Il fatto che nessuno si sia accorto di loro e allo stesso tempo il loro successo testimoniano il vulcano che si è aperto in Iraq, ma anche l’impopolarità sia delle forze occupanti che delle attuali autorità religiose e politiche locali, che hanno gettato il paese nel caos, nella pulizia etnica, nella mancanza di lavoro, di elettricità, di carburante. Nella più totale disperazione. Interessante a tale proposito anche il fatto che nelle migliaia di cortei che si stanno dirigendo verso Kerbala, nonostante il tentativo delle autorità di far scaricare l’odio delle masse diseredate sui fedeli sunniti, moltissimi sarebbero gli slogan contro il governo e gli Usa.
Quella di domenica non è del resto la prima rivolta in nome del Mahdi ad incendiare il Medioriente: basta ricordare la rivolta anti-britannica contro le forze coloniali inglesi in Sudan durante gli anni ottanta della fine dell’800 o le centinaia di fedeli che occuparono la grande Moschea della Mecca nel 1979. Senza dimenticare la vera e propria guerra che vide nell’estate del 2004 le forze americane scontrarsi, sempre a Najaf, con quelle del leader sciita radicale Moqtada al Sadr.
Una folla enorme, forse due milioni di persone, si sta dirigendo verso Najaf e Kerbala per le celebrazioni dell’Ashura, questa mattina, nelle quali i fedeli si flagellano e di disperano disperati per il rimorso di aver lascito soli nelle mani dei loro carnefici sia Ali che Hussein e in previsioni di nuovi attentati attorno alla città sono stati dispiegati oltre 12.000 soldati iracheni appoggiati dalle truppe Usa. Gli occupanti e le autorità si aspettavano un attacco anti-sciita alla al Qaida, come quello di tre anni fa che fece oltre 100 morti, ma nessuno che vi sarebbe stata una rivolta sciita e sunnita contro tutte le leadership religiose. Eppure è sempre qui, su questo confine tra l’arido deserto e la fertile Mesopotamia, che il vecchio e il nuovo, mescolandosi in modi imprevedibili, hanno deciso le sorti dell’Iraq.